Conte, voler esser grande

Fallimenti e successi, mezzi fallimenti e mezzi successi. La prima parola è stata sbattuta con il timbro sull’operato di Wilmots con il Belgio, di Hodgson, di Del Bosque, di Koller con l’Austria, di Hamren con la Svezia. La seconda ha descritto il lavoro del trionfatore Santos e dell’eroe morale Conte, entrambi artefici di grandi cavalcate. Le terze due parole richiamano Löw su tutti, crollato sotto i colpi francesi anche se già col fiato corto per via della “resistenza” italiana. All’allenatore tedesco segue Cacic e la sua Croazia, uscita sconfitta per certo più per sfortuna che per meriti portoghesi; resta comunque l’ennesima opportunità mancata dai croati, prodighi di talenti e campioni ma incapaci anche solo di avvicinarsi, dal ’98 in poi, agli atti finali di un torneo. Discorso diverso vale per la Francia, vittima finale dell’insuccesso ma gravida di speranza per il futuro promettente di una squadra giovane con tanti campioni presenti e futuri. Tra i mezzi successi si annovera invece Lars Lagerbäck, coach dell’Islanda sorpresa di questi europei: il cammino incitato da boati nordici è quello che più ha fatto parlare di sé e che più ha improntato il suo ricordo nella memoria di questi europei.
Scegliere il migliore allenatore di questi europei non è facile per la diversità di motivi e prospettive che hanno portato Santos e Conte al ballottaggio: il grande merito di Santos non sta nell’aver dato gioco e carattere alla squadra – cosa ampiamente riuscita a Conte – ma nell’aver costruito, sulle macerie di un gruppo allo sbando e a rischio non qualificazione europea, una selezione forte negli equilibri, nella solidità, dotata di una qualità camaleontica figlia della sua grande capacità di lettura delle partite. Nella finale contro la Francia, l’ingresso di Éder per Renato Sanchès, un centrocampista quindi, ha dato lucida dimostrazione delle doti quasi “profetiche” di Santos, coraggioso nel rinunciare all’equilibrio pere giocarsi molta della posta in palio su un calciatore non proprio familiare con il goal in nazionale e poco amato dalla sua gente.
Se Santos ha potuto fare affidamento sul talento di Ronaldo e su giovani promettenti, Conte ha dovuto condurre per le vie dell’europeo una selezione pressoché priva di campioni; mancanza ulteriormente aggravata dagli infortuni dei migliori centrocampisti su cui potesse contare. Ad esclusione del reparto difensivo juventino – una certezza indiscutibile – Conte ha dovuto concertare i singoli buoni giocatori in una squadra straripante di grinta e voglia di afferrare l’avversario per il collo, senza lasciargli spazi per rifiatare, ragionare, tirar fuori le sue migliori qualità, come avvenuto nella sfida contro il Belgio.
Un punto senza dubbio è a favore di Conte: il cammino più difficile. Il Portogallo di Santos ha incontrato una top europea solo in finale, l’Italia ha incrociato la lama con Belgio, Spagna e Germania.
Le mani di Santos sulla coppa segnano il punto decisivo che sposta il baricentro del primato sul portoghese; il successo di Conte sta nell’aver dimostrato di saper trasmettere le sue idee e di far giocare un buon calcio anche a chi di talento nei piedi ne ha poco; è riuscito a cucire la dignità sulle casacche di una squadra data per spacciata e tacciata di essere una delle peggiori selezioni italiane di sempre. Se Conte avesse vinto il torneo sarebbe stata tutta un’altra storia, la gloria avrebbe coronato un cammino da favola con morale, dove il personaggio su cui nessuno crede – l’Italia bistrattata – ribalta ogni pronostico insegnando che la bellezza del talento non è tutto, che la volontà di diventare grande può essere più forte e vincente dell’essere grande.
Matteo Fortuzzi

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