Portogallo, storia vendicata

Nel 2004 la finale in casa propria. Una squadra fertilissima di talento pronta a prendere per mano una vittoria pressoché scontata contro una Grecia tutta difesa e niente talento. Tutto sembrava apparecchiato per divorare una vendetta necessaria dopo l’ingiuria subita dalla stessa Grecia nella partita inaugurale dell’europeo portoghese, dove gli ellenici si erano imposti con un 2 a 1. Infine, la sera del 4 luglio, il triplice fischio dell’arbitro apriva le porte al lutto nazionale: la Grecia ancora vittoriosa, il Portogallo ancora perdente senza più speranza di rivalsa, inesorabilmente marchiato dalla vergogna. Dalla cima la caduta fragorosa fino a valle, poi la risalita europea. Nel 2008 i quarti di finale persi contro la Germania, nel 2012 la sconfitta in semifinale ai rigori contro la Spagna. Nell’europeo francese del 2016 uno strano ritorno storico, un’inversione di ruoli che sa di scherzo perfettamente riuscito: in finale contro i padroni di casa, il Portogallo gioca la parte del guastafeste, ruolo che tanto odiò ma che adesso accetta e lo fa suo al punto da interpretarlo alla perfezione, meglio di qualsiasi aspettativa.
Merito più merito meno
Due sono i superstiti della notte da incubo di euro 2004: Ronaldo e Carvalho. Il primo, allora diciannovenne, dodici anni dopo alza al cielo il trofeo che più gli mancava, a cui più volte si è appressato seppur mai come quella volta nel 2004. Un giocatore senza dubbio profondamente mutato: i muscoli sempre più scolpiti hanno gravato sulla corsa un tempo più agile e scattante, ora più esplosiva ma più pesante e vicina al terreno. Ne è conseguito l’accentramento di posizione sempre più centrale e offensiva, dove il tocco e la muscolosità di Ronaldo possono suscitare apprensione in qualsiasi difensore. Il colpo di testa contro il Galles racchiude perfettamente il concetto. Leader indiscusso senza concorrenza della selezione portoghese, la vittoria finale ha coinciso con il trionfo della sua immagine: prima il crollo lacrimante del campione costretto a lasciare il campo per uno scontro, poi – al fischio finale dell’arbitro – il prolungato primo piano della telecamera che racconta a tutti il volto di gioia diversamente lacrimante dell’eroe ultimamente più per usanza che per – a conti fatti – effettivo merito. Merito che senza dubbio ha colmato le tasche del coach Fernando Santos, colui che ha preso il timone di un Portogallo dirottato per farlo atterrare – con sette vittorie di fila nella fase di qualificazione – prima nelle terre francesi, poi in quelle del trionfo.
Tra il 2010 e il 2014 Fernando Santos ha allenato la Grecia come volesse conoscere il segreto che a questa ha consentito di infrangere i sogni portoghesi, quella formula di equilibrio tattico che anche agli ultimi permette di vincere. Insediatosi sulla panchina portoghese, Santos ha profondamente snaturato l’indole della rappresentativa portoghese, innestandovi una pulizia ed un rigore tattico tali da presentare alle squadre avversarie una struttura labirintica, difficile da oltrepassare, facile rimanerne intrappolati, comprensibile la noia sugli spalti e sui divani; in sole cinque occasioni il labirinto portoghese è stato attraversato con successo, e i soli cinque goals subiti raccontano perfettamente la mutazione portoghese, in passato vittima delle sue difese fragilissime e dell’anarchia tattica per via del talento non regolamentato dei suoi assi. Se poi alle innovazioni di Santos aggiungiamo la giusta porzione di fortuna – elemento irrinunciabile se non prodighi di talento – il trionfo è solo conseguenza.
Matteo Fortuzzi

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Categorie:Storie

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