Opera # 11: tra genio e neverkusen

La sfera è lì, in alto, sospesa tra cielo e terra, più vicino alla seconda che al primo. Il cross di Roberto Carlos non sembra avanzare forti pretese, per il Bayer Leverkusen la possibilità di minaccia appare lontana. Il pallone è stato calciato senza una precisa direzione, senza potenza. La sfera è ancora lì, in bilico sopra le teste e le speranze dei calciatori, mentre il maxischermo dello stadio ricorda ai 50 mila presenti che il punteggio è sull’1 a 1; il senso di questa finale di champions è ancora tutto da scrivere.
Glasgow, 15 maggio 2002
Per il Real Madrid questa è la dodicesima finale (di cui al momento otto vincenti), mentre per i tedeschi è il primo appuntamento con la gloria europea; l’esperienza non può che strizzare tutti e due gli occhi agli spagnoli. La stagione 2001/2002 è per il Bayer ancora un mistero, l’impressione è sempre stata che la volta fosse quella buona, eppure, il campionato è stato perso per un punto in più conquistato dal Borussia Dortmund, la coppa di Germania è stata persa in finale, l’11 maggio, contro lo Schalke 04. La ghigliottina della sconfitta si è già abbattuta sul sincero desiderio di vittoria, ma la speranza di dare a questa stagione e a tutta la storia del club tedesco un valore di vittoria è ancora dentro i cuori, è viva: la gloria della champions dista solo novanta minuti. Il grande problema è che non c’è solo il tempo a separare il popolo tedesco dalla vittoria finale, perché lo stesso desiderio di trionfo anima le forze e la grinta dei madrileni più temibili, quelli bianchi, quelli dei fuoriclasse, quelli guidati da Del Bosque, già vincitore due anni prima della champions sempre con il Real Madrid. Va da sé che tra le tre vie di vittoria, per i tedeschi questa è la più impervia da percorrere, ma fallite le due più “semplici”, tutto si gioca su qui. Proprio tutto. Il primo segnale della partita è chiarissimo: non basta giocare di piedi, ci vuole la testa. Al nono minuto Roberto Carlos batte una rimessa laterale da centrocampo: la sfera viene scaraventata con forza in avanti, verso l’area tedesca, i cui difensori si trovano spiazzati da questo lancio verso Raul, che prontamente ne intercetta la traiettoria e la gira di sinistro verso l’angolino basso della porta. Tra l’incredulità opposta delle due tifoserie, il maxischermo segna l’1 a 0 per il Real. Davanti al tiro di Raul, il portiere tedesco Butt ha appena accennato un intervento scomposto con la mano sinistra, senza neanche gettarsi a terra per arrestare la voglia di vittoria dei blancos. Mentre gli addetti alla stampa già sono pronti a dare in pasto ai lettori l’appellativo “Neverkusen” dall’inesorabile sapore di perdenti, per la salute delle speranze tedesche Lucìo devia in rete il cross su punizione di Schneider; è il minuto 14. Segnare cinque minuti dopo gli avversari significa avere la testa giusta per provare a vincere. Tutte e due le squadre ci provano, i tedeschi con maggior grinta e vera voglia di vittoria. I minuti scivolano sull’1 a 1 fino al quarantacinquesimo, al nostro momento in cui la sfera è alta, sospesa, fino a che la gravità la richiama a terra, verso il limite dell’area di rigore tedesca. Zidane, il neo arrivato, l’acquisto più costoso tra tutti fino a quel momento, colui che all’atto della cessione Agnelli ha definito come bravo ma non determinante, è lì ad attenderla. Lo spazio per stoppare la sfera ci sarebbe, ma il genio vuole altro, il genio immagina e realizza quello che gli altri non vedono. La palla è sempre più vicina, Zidane ruota il corpo verso sinistra, come volesse impattare la palla al volo. Il braccio sinistro scivola all’indietro, quello destro si allarga. Conquistata la coordinazione, la gamba sinistra si innalza a mezz’aria e impatta la sfera, la lancia verso Butt e lo trafigge sotto la traversa, nel cuore delle speranze tedesche. Un boato accompagna la corsa di Zidane, il goal è un’esplosione di bellezza e meraviglia, tre quarti dello stadio si alza in piedi e approva l’opera d’arte del genio francese. Diversi tedeschi non possono che applaudire con le lacrime di paura e sconfitta a solcargli i volti, come a dire, con velata afflizione: “Davanti a questo goal, essere Neverkusen si può.”
Matteo Fortuzzi

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Categorie:Storie

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