Opera # 10: il castigatore di aquile

Mani, petto e ginocchia a terra; lo sguardo dall’aria sconfitta prova a scortare la sfera magari contro il corpo di Peruzzi, magari fuori dallo specchio della porta. Ma il castigatore, quel numero ventiquattro sulle spalle, neanche lo guarda il portiere, l’occhio resta fisso sul pallone che scivola sulle ceneri di Nesta: il piattone di Marco Delvecchio colpisce e accomoda l’1 a 0 per la Roma in fondo alla rete. È l’ottava circostanza in cui Delvecchio riesce per sua volontà realizzativa a scoccare la freccia dritta nell’orgoglio del più malevolo degli avversari, ora con un solo centro in meno rispetto al più temibile castigatore di aquile: l’italo-brasiliano Dino da Costa, grande autore di alcuni dei primi capitoli della storia giallorossa.
“27/10/2001…e segno sempre io!”
Stagione 2001-2002. Il campionato è giunto nella fase centrale del viaggio di andata: un Chievo debuttante, dato per Cenerentola, è in maniera strabiliante in capo a tutti con i suoi 19 punti, seguono le milanesi a quattro lunghezze. Per non perdere di vista i clivensi, la Roma non può fallire il posticipo di giornata: il malvoluto ospite è la Lazio, a soli otto punti. Il primo tempo della partita ha un impatto elettrico: le squadre si stuzzicano, l’una mostra dall’alto gli artigli, l’altra ostenta i denti affilati riuscendo quasi ad affondarli nel collo pennuto, al minuto 19, con Totti che di testa schiaccia in rete un cross ottimamente calibrato da Candela: quasi, perché la bandierina del guardalinee è alzata. L’urlo degli undici giallorossi e della sud resta intrappolato nella gola, i denti serrati ne impediscono l’uscita. La Lazio batte la punizione, riprendono le schermaglie, i tiri, i tackles, i nervosismi da derby – come quello che poco prima del goal annullato ha convinto Batistuta a spingere lontano da lui la marcatura di Nesta – fino al quarantacinquesimo, quando il fischietto dell’arbitro Cesari obbliga i ventidue a riporre momentaneamente le armi.
Rimbracciate le armi, il fucile prima di Batistuta si trova adesso sulla spalla di Delvecchio; la precauzione suggerita da una noia muscolare convince l’argentino a restare negli spogliatoi. Il tempo di quattro giri di lancetta dei secondi ed Emerson, palla al piede, dal cerchio di centrocampo, vede Delvecchio fuggire lontano, inseguito da Nesta, in direzione della porta difesa da Peruzzi. Parte il lancio: dopo quaranta metri di volo, la sfera atterra sul petto di Delvecchio che con un movimento a seguire se la porta in avanti, rubando il tempo ad un Alessandro Nesta ora in ritardo sulla marcatura. La palla schizza in avanti, Delvecchio e Nesta le sono alle calcagna. Poi, l’intuizione geniale del giallorosso, il guizzo che ha consegnato Nesta al terreno: una finta semplice, elementare, nota, una sterzata rapidissima con il sinistro che sposta la palla a destra, dietro alle gambe di Nesta, costringendolo ad una frenata sui tacchetti che non trova nel terreno scivoloso un valido collaboratore. Il piede scivola, Nesta con lui. Durante la caduta il capitano biancoceleste prova a mantenere il contatto visivo con la sfera, si avvita su se stesso, tira la maglia dell’avversario, mentre Delvecchio, con salto leggiadro, lo scavalca. Questo istante, questo preciso frame, raffigura metaforicamente il trionfo di Delvecchio su Nesta, il vincitore che padroneggia ed innalza la sua figura sulla sagoma sconfitta e prostrata dell’avversario. Oltrepassate le “spoglie” dell’aquila, Delvecchio è al cospetto di Peruzzi: il piattone destro è la differenza che porta la Roma sull’1 a 0. Poi la corsa verso la sud, i compagni lo sommergono nella loro gioia, la maglia rossa tirata su mostra la massima vittoriosa del castigatore di aquile: “27/01/2001…e segno sempre io!”

FOTO1-2

Matteo Fortuzzi

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