Opera # 9: che meravigliosa partita ascoltatori italiani

Narrare ciò che accadde il 17 giugno del 1970 nell’afosa Città del Messico non è molto diverso dal rievocare una fiaba popolare già nota ad orecchie avvezze alle sue vicende e ai suoi moniti. In quell’occasione, il fruscio della rete gonfiata varcò per ben sette volte i confini americani e i profondi oceani per investire di emozioni uguali e contrarie i cinque continenti: alla gioia e all’euforia di una parte corrispondeva la delusione e lo sconforto dell’altra, in una spirale di capovolgimenti continui capaci di far sussultare il sole e le stelle, prima l’Italia poi la Germania, quindi la Germania e di nuovo l’Italia, per due volte, ma la Germania, forte della sua vitalità teutonica, non si arrese e strappò dalle mani dell’azzurra Italia la gioia, la felicità, per l’ennesima volta gettò su di lei le tenebre, l’azzurro diventò nero per sessanta secondi, perché il tempo di undici passaggi e un tiro e la luce tornò a brillare nella notte italiana, nel cui etere ancora risuonano le note squillanti di quella voce che in sottofondo urlava: “Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!” a cui hanno dato fulgida chiusura le parole di Nando Martellini quando proruppe, gonfio di emozioni: “Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani!”
Attraverso 45 anni
“La partita del secolo”, così definita dalla targa scevra da ogni dubbio affissa fuori dallo stadio Azteca, si presenta ai nostri occhi attraverso immagini video di un colore spento, sbiadito, primordiale, che documenta pienamente i suoi 45 anni. Queste non ci parlano di una partita esteticamente bella e tantomeno ordinata, non ci esaltano con grandi schemi o giocate geniali, nemmeno possono vantare l’essere state l’atto finale di una competizione. Eppure, davanti a quelle immagini, anche dopo 45 anni i brividi sono lì, scorrono sulla nostra pelle, portano con sé entusiasmo e paura, gioia e sconforto, in una sinfonia orchestralmente guidata dalla telecronaca immortale di Nando Martinelli.
“Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!”
La prima gioia arriva al minuto ottavo, a giochi appena aperti: Boninsegna al limite dell’area si ritrova sul sinistro una palla figlia di una carambola, la calcia con potenza e come un dardo trafigge la rete tedesca. Nei restanti ottantadue minuti la partita è timida, racconta poco ed emoziona poco. Ci pensa l’arbitro ad incoraggiarla a esprimersi una seconda volta: decide di aggiungere due minuti oltre il novantesimo, fatto di per sé bizzarro, come nota anche Martellini durante la telecronaca, perché gli arbitri all’epoca erano ancora soliti fischiare allo scoccare del novantesimo. Ebbene, ora che incoraggiata, la partita racconta di un cross tedesco dalla sinistra che in mezzo all’area trova Schnellinger e il suo piattone destro: è goal. Un vento gelido dal Messico muove verso l’Italia, la investe e la doma. Subire un goal così, allo scadere, ben oltre il tempo regolamentare, a partita ormai vinta, è farsi sputare sul morale, è svuotarsi di energie. Questo lo sa bene Poletti, che al quarto minuto della ripresa sbaglia clamorosamente l’intervento difensivo regalando a Müller il goal del vantaggio tedesco. A questo punto, il morale degli azzurri riposa in una bara, sopra l’Italia si adagiano le tenebre. Svigorito, ora Rivera si appresta a battere un calcio di punizione ben fuori dall’area. Lancia la palla in mezzo, un biondo tedesco interviene goffamente con il petto: Burgnich prende e scaraventa con ira di destro: è pareggio dell’Italia! Tutto si infiamma: i cuori dei milioni di telespettatori italiani incollati allo schermo, il cuore di Martellini e gli undici azzurri sul campo. La partita, d’improvviso sul 2 a 2, promette battaglia. Al minuto 104, Domenghini, il più agguerrito tra tutti, affonda sulla sinistra e serve Riva al limite dell’area: “Riva, Riva, Riva, il tiro…ed è goal!” Con queste parole, Martinelli appassiona un intero popolo. Il goal di Riva è bello per davvero, con una finta manda lungo il difensore tedesco, poi un diagonale sinistro diretto in porta fa il resto. Ma la vitalità teutonica è sempre lì, pronta a colpire, e questa volta lo fa con la testa di Müller. Torna la paura, tornano le tenebre. Sul 3 a 3, al minuto 111, Facchetti è sulla metà campo, vede largo Boninsegna e lo serve. Questi di astuzia salta il difensore tedesco e punta il fondo, lo conquista e scaraventa un rasoterra rapido e tagliente. I respiri vengono sospesi, il sangue smette di circolare, gli occhi si spalancano lentamente: nel cuore dell’area vedono brillare una maglia azzurra, porta il quattordici di Rivera. L’asso italiano con il movimento di corpo spiazza il portiere, con il destro porta la sua nazione alla vittoria. Esplode la gioia, i cuori affaticati ringraziano e non pochi si rifugiano negli ospedali, quel: “Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!” di sottofondo fa ancora sorridere ed emozionare. La corsa di Domenghini palla al piede, sulla fascia, che salta un giocatore tedesco nell’ultimo minuto della partita, trascina un popolo intero verso la gloria, verso una finale mondiale dopo 32 anni: è l’ultima corsa di una partita che dichiara suo un secolo, emozionante, di calcio.

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Matteo Fortuzzi

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