Opera # 7: l’arte dell’umile

L’opera d’arte di Riccardo Zampagna si discosta notevolmente, per prestigio di firma, dalle prodezze di genio artistico che fino ad ora abbiamo ammirato con il nostro sguardo analitico. Il contributo di Zampagna non è stato consegnato alla memoria della favola calcistica e con maggiore difficoltà questo suo capolavoro rimarrà vivo nelle menti di quelli che non professano per la dea Atalanta, i cui adepti più di tutti gli hanno permesso di suggerire emozioni ai loro animi. La storia calcistica di Zampagna ci narra di sedicimila minuti giocati in serie B: nei fatti 224 presenze e 82 goals. Per quanto riguarda la serie A, i minuti sul campo sono stati 6 mila, traducibili in 77 presenze rese significative da 28 reti. Narnese calcio, Pontevecchio, Triestina, Arezzo, Catania, Brescello, Cosenza, Siena, Messina, Ternana, ancora Messina, poi Atalanta, Vicenza, Sassuolo e Carrarese sono le squadre che gli hanno contrattualizzato una casacca; salta all’occhio come Zampagna sia stato un giocatore da stadi umili, in coerenza con il suo pessimo feeling con gli ambienti del grande calcio, spesso gonfi di ipocrisia come da lui espresso più volte. E la sua coerenza non è suggerita da invidia verso un calcio mai raggiunto, poiché quando stava all’Atalanta squadre come il Psg, il Monaco e il Fulham non si trattennero dal bussare alla sua porta; pure Lippi, nelle vesti di ct degli azzurri, prima dei mondiali di Germania bussò, ma quando Zampagna andò ad aprire vide che già il tecnico stava alla porta successiva, quella di Lucarelli. Ora, con lo status di ex calciatore, Zampagna trascorre i suoi giorni dietro l’umiltà di un bancone di tabaccheria, ma in uno dei suoi ricordi la casacca è ancora sulle spalle, la palla è tra i piedi, il giorno è il 22 aprile del 2007.
Opera di un umile
Se come criterio di valutazione si impiega l’estetica, il gol in rovesciata contro il Brescia nell’aprile del 2006 è il più bello della carriera di Zampagna. Il gesto è stilisticamente perfetto: la palla è alta e di terzo tempo, dal limite dell’area, in una posa perfetta, in un volo che dà spettacolo, la spedisce nell’angolino basso alla sinistra del portiere. Eppure non stiamo cercando il goal più bello, l’elogio dell’estetica: inseguiamo l’originalità, il guizzo inaspettato, pertanto la nostra ricerca punta diritta la stagione 2006/2007, alla trentatreesima giornata, quando il calendario segna il 22 di aprile. All’Atleti azzurri d’Italia, il primo goal ai danni della Roma è di Doni. Sempre Doni, al quarantaquattresimo minuti, è largo sulla destra palla al piede, Zampagna è in mezzo all’area. Lo sguardo del capitano bergamasco ne incontra la corsa, la serve, Zampagna dal limite dell’area tocca con il destro e la palla decolla: sembra uno stop sbagliato, ma la torsione rapida sul fianco sinistro e il tiro immediato in mezza girata, senza adocchiare la porta avversaria, fanno afferrare che il tutto era premeditato. Dal colpo, brillante per fantasia, meno per avvenenza, esce fuori un pallonetto che il Doni brasiliano vede sorvolare alto sulla sua testa fino all’incrocio: è goal! Il gesto è un acuto di ingegno, di inventiva, di impulsività, di coraggio, perché calciare al volo pressoché spalle alla porta è a rischio di derisione viste le alte possibilità di insuccesso. Ma l’opera di Zampagna è degna di altro, è meritevole di elogi e meraviglia per la brillantezza del gesto, è degna di essere narrata per rimanere nei nostri ricordi, non solo in quelli del suo umile esecutore.
Matteo Fortuzzi

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Categorie:Storie

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