I soldi e il merito in Champions: due piani distinti?

La finale di Champions appena conclusa si è risolta con un gol dell’uomo più atteso e, probabilmente, il meno meritevole: Cristiano Ronaldo, dopo aver giocato una partita davvero mediocre e sottotono, ha deciso il match con il rigore finale. E’ forse uno strano destino, un gioco della sorte, il campione è sempre sulla prima pagina delle copertine. Dopo una partita sudata, combattuta e giocata, alla fine i rigori hanno confermato l’annosa maledizione dell’Atletico Madrid, che ha visto nella sponda ricca di Madrid il peggior nemico, il distruttore di ogni sogno di gloria di una squadra che, sempre più spesso, arriva a toccare il cielo con un dito, per poi sprofondare negli incubi più profondi. Eppure, mentre i calciatori sul campo confrontavano organici dalle forze profondamente impari, nei Board of Directors delle aziende si sono scontrati due visioni di business profondamente diverse: il Real Madrid, con la sua terrificante potenza economica, e l’Atletico Madrid, con la sua profonda storia di alti e bassi economici, di scudetti, crack e fallimenti contrapposti a quasi due miliardi di euro spesi nell’ultimo ventennio di campioni Blancos.
Il modello Atletico
Trent’anni di presidenza Gil, fra “el presidente” Jesus Gil y Gil ed il suo delfino Enrique Cerezo che, dal 2003, guida l’Atletico a seguito dei numerosi scandali ed inibizioni dovuti a dubbie vicende con il fisco, a scandali di possibili combine e ad un comportamento sempre assai discutibile davanti alle telecamere. E così, ogni volta che l’Atletico negli ultimi anni ha toccato le massime vette delle competizioni europee, è stato costretto a vendere i propri campioni per evitare procedure giudiziarie di ingiunzione al pagamento. Questo è stato il destino di David De Gea, di Aguero e di Forlan immediatamente dopo la vittoria dell’Europa League. Il debito netto nel 2010, infatti, era di circa 250 milioni con il fisco e circa 550 milioni netti verso investitori bancari (fonte Calcio e Finanza). Eppure, dopo aver utilizzato i soldi delle cessioni per pagare i debiti più antichi col fisco spagnolo, l’Atletico Madrid ha sempre fatto campagne di acquisti ben più onerose di quanto non sia stato guadagnato.
Dietro i grandi trofei dell’Atletico, però, c’è anche una fortunata e nebbiosa alleanza con il lontano Azerbaigian, che ormai da due anni campeggia sulle maglie dell’Atletico. Una operazione molto simile a quella degli Emirati Arabi Uniti e quella del Qatar che, grazie alle proprie compagnie aeree di bandiera che compaiono sulle maglie e sugli stadi di ogni paese d’Europa. La posizione del paese azero all’interno della politica europea, infatti, è assai poco conosciuta: si tratta di uno dei maggiori produttori di gas a livello internazionale e, proprio a breve, sarà costruito il gasdotto immenso che porterà energia dall’Europa. Lo stesso gasdotto per il quale in Salento stanno sorgendo ampie schiere di oppositori, dato che, dopo aver attraversato il Mar Mediterraneo, risorgerà dalle acque proprio a Melendugno. Sponsorizzare a livello europeo un paese tanto rilevante in ambito economico è infatti una eccezionale opera strategica per pescare nuovi investitori e rilanciare nel mondo occidentale l’immagine di un paese in rapida ascesa economica, come testimoniano anche l’ingresso della capitale, Baku, nella Formula 1 di quest’anno e nei Giochi Europei del 2015, inaugurati assurdamente in un paese asiatico. Ruolo essenziale è svolto dai fondi di investimento: la Doyen Sports Investments, società di origine azera che gestisce i migliori calciatori al mondo (fra cui Mourinho e Ronaldo), infatti, sostiene circa il 55% delle spese d’acquisto degli atleti acquistati dall’Atletico Madrid. E così, di 40 milioni spesi per Falcao nel 2012, l’Atletico in realtà ha sborsato solo 16 milioni di tasca propria. All’atto di vendita non si sa quali siano le percentuali di guadagno richieste dai fondi di investimento: la legge spagnola è assai permissiva e nei bilanci non ne è fatta menzione. Fu eclatante il caso di Suarez, poi passato al ben più prestigioso Barcellona: fu infatti famoso interesse del presidente azero quello di far arrivare nell’Atletico Madrid il fuoriclasse Suarez dal Liverpool. In quell’occasione, nel lontano 2013, si disse disposto a coprire l’intero stipendio del fuoriclasse, con una operazione di sponsorizzazione assai simile a quella di Conte con la Nazionale. E così, vivendo una vita felicemente al di sopra dei propri mezzi, l’Atletico continua a fuggire dal fisco spagnolo che lo bracca e dai debiti che, ogni anno, crescono in misura esponenziale.
Ancora da scoprire è invece l’impatto che avranno i cinesi nel calcio spagnolo: proprio nel 2015, infatti, l’Atletico ha accolto come socio di maggioranza il Wanda Group, la stessa società cinese che ha comprato la Infront italiana, la società che gestisce i diritti televisivi nel Bel Paese. 
La Wanda Group ha infatti enormi interessi immobiliari a Madrid ed il primo atto è stato rinominare il centro di allenamento dell’Atletico in “Wanda Complex”: con l’ingresso del mondo cinese in un business già saturo di investitori arabi e vecchi milionari europei, di nuovo, le carte sul tavolo verde di gioco saranno destinate a cambiare.
Il modello Real
Una macchina del marketing, una società che va ben al di là di semplici ragioni sportive, una fabbrica di denaro che funziona al di fuori di qualunque risultato sul campo: il Real Madrid vale 3,2 miliardi di euro e guadagna ogni anno circa 550 milioni di euro, stando ai dati ufficiali pubblicati dopo l’ultima chiusura di bilancio e confermati da Forbes. Il Real Madrid, infatti, è l’unica squadra d’Europa ad avere un business talmente radicato ed efficace da continuare a vedere aumenti di ricavi fissi dal 2004, nonostante negli ultimi dieci anni la squadra madrilena abbia visto spesso coppe e scudetti soffiati dai rivali del Barcellona, dal Bayern e da altre corazzate europee.
La peculiarità dei blancos, infatti, è proprio la capacità di produrre denaro grazie alla propria attività di marketing, che porta nelle casse. A differenza dei club italiani che vivono attaccati alla flebo dei diritti TV (che, in alcuni casi, corrispondono alla quasi totalità dei guadagni stagionali), il Real Madrid fa degli assegni televisivi solo il 35% degli indotti, pari a circa 230 milioni di euro.
In tal modo, grazie al quasi mezzo miliardo di tifosi stimato nel mondo, il Real produce la propria ricchezza proprio grazie ai servizi sempre d’eccellenza che fornisce ai suoi stessi sostenitori.
Allo stesso tempo la pressione fiscale sul Real è minima per causa di una legge che la qualifica come “associazione sportiva”, grazie anche ad una fortissima influenza politica guadagnata ai tempi di Francisco Franco, grande tifoso dei blancos, e trattenuta grazie al prestigio acquisito a seguito delle numerose vittorie che portarono Madrid in capo al mondo sin dagli anni ’60. Emblematico fu l’esonero dell’allenatore Capello che, nonostante i buoni risultati con la squadra madrilena, a detta del presidente Calderon fu cacciato perché “non divertiva il pubblico”.
Non spaventano quindi nemmeno i circa 700 milioni di euro di debiti con le banche: basterebbe un anno senza mercato per ripianarli in un attimo.
E Milano?

Milano e il Calcio che conta sono due rette parallele in questo momento: l’Inter ha aggrappato una qualificazione in Europa League più per demeriti altrui che meriti della squadra, mentre il Milan naviga ormai fra i mostri ed i fantasmi della recente storia gloriosa della squadra, ben lontano da traguardi europei. In compenso, la città lombarda vive il suo momento d’oro del turismo, grazie ancora agli indotti dovuti alla chiusura del recente Expo e, adesso, con la finale di Milano che ha portato alle attività commerciali circa 25 milioni di euro spesi dagli almeno ottantamila tifosi spagnoli ed appassionati di calcio atterrati nell’aeroporto milanese per uno o più giorni. Almeno questo è quanto comunicato recentemente dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza.
Fra le due ipotesi di finalissime, però, Milano ha pagato la scelta peggiore: un derby Spagna-Inghilterra fra Madrid e Manchester, infatti, avrebbe portato ben un milione e mezzo di euro in più, grazie al pubblico più variegato. E così, mentre Oriente ed Europa litigano, Milano gode con le briciole.
Federico Norberto Quagliuolo

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