Opera # 5: attimi di convergenza

Iniziare un confronto tra Maradona e Messi non è tanto diverso che addentrarsi in un labirinto di cui si sa che l’unica uscita è il punto da cui si è entrati; sarebbe un continuo tornare al punto di partenza, tant’è che il più delle volte le discussioni su tale argomento si concludono con nessun passo in avanti rispetto alle premesse. Paragonare i due astri argentini è tentare di mettere sullo stesso piano periodi di storia calcistica intensamente diversi separati da una voragine di vent’ anni nel susseguirsi dei quali la natura del calcio è profondamente mutata. Maradona è stato il figlio prediletto del suo tempo, interprete titanico di un gioco maggiormente affidato all’abilità del singolo che ad un’idea collettiva, leader carismatico in grado di giocare in qualsiasi squadra e renderla vincente. Con il suo calcio Maradona ha unificato sotto il suo numero dieci i popoli argentino e partenopeo nell’amore religioso verso la sua figura. Messi: altri tempi altra storia. Il suo calcio è meno istintivo e più acculturato di quello professato da Maradona, è un giocatore di squadra e di numeri, nei quali è il più strepitoso. La figura di Messi è assolutamente ordinaria, sobria negli atteggiamenti; per altro il suo tempo non richiede figure da idolatrare in modo duraturo. A Barcellona è amato ma se sbaglia viene bastonato, lo stesso in Argentina; Maradona è sempre stato avvolto dal manto dell’intoccabilità. Va aggiunto che non è mai stata intenzione esplicita di Messi il voler mettere in discussione l’autorità suprema di Maradona, per quanto questi abbia riconosciuto come Messi sia il legittimo ereditario dell’immensa ricchezza che lui, el pibe de oro, ha lasciato al mondo del calcio.
Attimi di convergenza
Che le differenze tra Messi e Maradona siano maggiori delle somiglianze è cosa piuttosto evidente: soprattutto per questo motivo un confronto tra i due avrebbe difficoltà a trovare punti di contatto che possano condurre a deduzioni tali da spingere l’asse del “più forte” sull’uno o l’altro. I due argentini, inoltre, hanno mostrato al calcio due diverse espressioni di estetica anche riverbero del loro temperamento: più rabbiosa, scattante e istintivamente naturale quella di Maradona, più governata, raffinata e aggraziata quella di Messi. Eppure, c’è un gioco di rimando che si inserisce nel confronto Messi-Maradona e che pare provocare e aizzare ancor di più i toni del dibattito. La colpa è del tutto imputabile a Messi e al volere, forse proprio della fiaba calcistica, di collocarlo sulla stessa striscia di Maradona attraverso goals che sono un vero prodigio di emulazione. Volere che si è manifestato ben due volte, e per entrambe le “epifanie” la reazione è stata: “Ma questo è come Maradona!”. Ma appelliamoci all’ordine e cominciamo a narrare la storia dal principio.
Città del Messico, mondiali 1986
Prendiamo posto in una delle 115.000 seggiole dell’Estadio Azteca. È il 22 giugno 1986. Immersi in un’atmosfera resa ancora più canicolare dai fatti storici tra Inghilterra e Argentina, i quarti di finale dei mondiali messicani, tra il popolo argentino guidato da re Maradona e i sudditi della corona, confessano una rilevanza che sa di resa dei conti.
Il primo tempo della partita si dimostra generoso nei confronti della ripresa, alla quale decide di regalare tutte le emozioni; parliamo di emozioni che l’eternità deciderà di fare sue. Il primo minuto fondamentale per la nostra storia è il cinquantuno: la palla è tra i piedi di Maradona. Da una posizione vicina al cerchio di centrocampo Maradona punta l’area dell’Inghilterra. Lui può. Passa un uomo, un secondo, un terzo e scarica palla su Valdano al limite dell’area che aggancia male e la palla schizza in area, tra lui e Steve Hodge. Questi allunga la gamba ed erroneamente svirgola la sfera in un infido campanile che punta dritto Shilton, il portiere inglese. Maradona, che non si è trattenuto dal continuare la corsa, rincorre rapido la sfera diretta verso il pugno teso di uno Shilton in uscita. El Pibe salta e impatta la palla: un rimbalzo dopo la palla è in rete. Il popolo argentino salta d’euforia, non è limpida la carambola che ha spedito la palla in rete, ma nessun dubbio può permettersi di strangolare la celebrazione. Gli inglesi, da subito custodi della verità, vanno dall’arbitro, indicano le loro mani per additare la colpa di Maradona, ma la sentenza ormai è scritta. Tre minuti dopo, la fiaba calcistica decide che Maradona sarà il suo prediletto, il più grande tra i grandi. Quest’altro tassello fondamentale nella nostra storia è noto ai più: è la fuga verso la vittoria con cui Maradona supera quattro difensori, aggira il portiere e fa scattare in piedi il mondo intero, quasi a farsi perdonare il peccato di furbizia. Giunti a questo punto, svelato l’antefatto della fiaba, giungiamo alla seconda parte del nostro racconto, precisamente all’anno 2007, al tempo delle due “epifanie”, i due goals di Messi inverosimili per emulazione dei due di Maradona prima descritti. É qui che il nostro racconto trova il suo vero inizio.

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Matteo Fortuzzi

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Categorie:Storie

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