Opera # 3: Redondo e l’impensabile

La natura del regista calcistico è per vocazione costantemente inclinata alla ricerca della perfezione: per questo ruolo una tale ricerca non è impresa vana, la richiedono la qualità del tocco, l’equilibrio tra potenza e precisione, l’ampiezza di sguardo. I registi che più si avvicinano alla perfezione sono coloro che infine ricevono dalla storia il permesso ad accedere al santuario della memoria: le loro giocate verranno riviste, amate una seconda, terza, quarta volta e non troveranno ostacoli ad emozionare gli animi di chi si avvicina alla loro bellezza. Emozioni che, porgiamo un illustre esempio, le immagini video del taconazo di Redondo rilasciano ogni volta che macchiano di colore la retina di chi per curiosità si accosta alla visione di una delle più belle giocate che l’Old Trafford abbia mai visto.
L’impensabile
Old Trafford, teatro dei sogni, ritorno dei quarti di finale di champions league. La stagione è la 1999/2000. Il Manchester United di sir Ferguson ospita i blancos di del Bosque. Che possa nascere una grande partita lo pensano tutti, soprattutto in virtù del grande equilibrio tra le due squadre sentenziato dalla parità senza reti della partita di andata. Sotto la voce “presenza in campo”, grandi interpreti firmano il loro nome: nella colonna dei rossi leggiamo Keane, Beckham, Giggs, Scholes, in quella dei bianchi Casillas, Salgado, Roberto Carlos, Redondo, Raùl, tutti grandi esponenti della gloriosa generazione di calciatori nati negli anni ’70. Il senno del poi ci spinge a soffermare l’occhio sul nome di colui che darà alla partita una profonda realizzazione di bellezza. Redondo, mosso da sconfinata immaginazione, troverà una seconda via a cui nessuno avrebbe mai pensato. Una via impensabile, appunto. L’eleganza, la grazia e la capacità di tradurre in giocata l’idea di ordine sono sempre state caratteristiche del biondo argentino; la sagoma longilinea dettata dal suo metro e ottantasei contribuisce ad accentuare l’idea di armonia che è generalmente profusa dai giocatori asciutti e slanciati dotati di grande tecnica. Il dribbling istintivo, con quel continuo fingere di muoversi a destra o sinistra per poi spostare la palla nella direzione opposta, è un’arma fondamentale del modo di fare calcio di Redondo, ed è proprio da un dribbling di questo tipo con cui Redondo, in quel Manchester-Real, si libera dalla marcatura di Henning Berg per avventurarsi nel fianco destro della difesa dei rivali, lontano dalla posizione centrale del campo dalla quale il suo ruolo gli consiglierebbe di non allontanarsi. Il passo è il suo tipico: è leggiadro, è un susseguirsi di balzi sulle punte. La velocità sulle lunghe tratte, da buon regista, non è un motivo di orgoglio per Redondo, e in breve Berg gli è di nuovo addosso; questi lo costringe a frenare la corsa e a difendere la sfera con il corpo. Redondo è spalle all’avversario e alla porta del Manchester: la via del cross dal fondo non è più percorribile. Il raddoppio di marcatura mosso dal Manchester vuole costringere Redondo a liberarsi della palla scaricandola dietro. Due attimi dopo, Redondo è oltre Berg sulla linea di fondo con la palla sul sinistro; la testa alta, come sempre. E l’attimo immediatamente prima? L’opera d’arte, il celeberrimo taconazo di Redondo, figlio dell’impensabile: vedendosi chiuso, Redondo attinge alla sua immaginazione più alta: con un colpo di frusta allarga il compasso e subito con il tacco sinistro spinge la palla oltre le sue spalle, oltre Berg, per cui la compassione è un atto dovuto. Mentre la palla corre verso la linea di fondo, Redondo si lancia in uno scatto e raggiunge l’obiettivo di trattenere la palla in gioco: l’opera d’arte è salva. Il resto è una perfetta consonanza con Raùl, che piè veloce si precipita in area in un movimento che viene prontamente colto da Redondo: il cross decolla, Raùl può solo infilare di piatto Van der Gouw. Il suo goal dà pienezza e realizzazione al taconazo di Redondo, ne impreziosisce la fattura, lo consegna all’eterna bellezza.

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Matteo Fortuzzi

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Categorie:Storie

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