Gli allenatori di oggi

Leonardo, Inzaghi, Seedorf, Brocchi, Mihaijlovic: se fossero stati schierati in campo nel 2002, questi nomi avrebbero fatto tremare le squadre di tutta Europa. Oggi però l’età arriva impietosa a distruggere i muscoli ed il fiato e tutti questi campioni, ormai quarantenni, sono stati chiamati al durissimo compito di sollevare le sorti del Milan a suon di tattica e non più di gol. La scelta di ex bandiere rossonere, infatti, più che di origine tattica e sportiva, è motivata per lo più da ragioni di convenienza economica e di immagine.
Dopo l’addio di Allegri, infatti, si sono avvicendati numerosi nomi sulla panchina milanista, frutto di una immensa confusione della dirigenza, in preda ad una tempesta finanziaria che ha portato il Milan ai margini della Serie A. Il primo di tutti fu Leonardo: annunciato in diretta televisiva durante l’addio di Ancelotti, fu chiamato ad ereditare il pesantissimo ruolino di marcia dell’ex campione rossonero. La scelta fu tatticamente ed economicamente intelligente: Leonardo era infatti una indimenticata bandiera milanista, allenata ai tempi di Fabio Capello e, per un solo anno, proprio da Ancelotti. In questo modo i dolori del pubblico per l’addio dell’uomo dei trofei sarebbero stati senz’altro meno gravi, vedendo un volto amico sulla panchina. Già a corto di soldi, ma non di idee, il Milan di Leonardo si ispirava ad un estremamente offensivo 4-2-4, copiato dal modulo del Brasile del 1982: questo valse il terzo posto in classifica durante una stagione che vide l’addio di Maldini e la vittoria sul Real Madrid a San Siro come i suoi punti più alti.
L’addio di Leonardo, dovuto a contrasti con la dirigenza, fu un calorosissimo abbraccio di San Siro, che si trasformò in una pioggia di fischi ed insulti quando, esattamente un mese dopo, il brasiliano milanista decise di allenare i rivali dell’Inter, altra squadra che si apprestava ad affrontare una profonda crisi dopo il triplete. Il suo successore fu però Allegri, con l’ultima parentesi vittoriosa del Milan, che fu poi cacciato ed additato come principale responsabile delle difficoltà dei rossoneri.
 
Il dopo-Allegri fu poi un disastro: due anni di fischi, contestazioni e vecchie glorie sacrificate in nome: il primo fu un inesperto Clarence Seedorf, il fortissimo centrocampista olandese che fece le fortune del Milan dal 2002 al 2012. 
Della stagione dell’olandese sulla panchina rossonera, però, si ricordano solo i confusi moduli tattici e l’ottavo posto in campionato, che costò la qualificazione in Europa League del Milan. La scommessa per la stagione 2014-15 fu quindi Filippo Inzaghi, altro esordiente estremamente inviso alla tifoseria rossonera: la sua storia non fu diversa da quella di Seedorf, con un Milan rabbioso e fisico che esordì con un confortante 3-1 sulla Lazio di Pioli. I campioni sul campo, però, non sono sempre gli stessi sulla panchina: anche Inzaghi fu un buco nell’acqua, con l’ennesimo ottavo posto per il Milan.
C’è da chiedersi come mai siano stati scelti nomi così poco prestigiosi, quando probabilmente una scelta “di testa” avrebbe potuto portare a preferire nomi meno fascinosi, ma più concreti, come l’ottimo Di Francesco, l’eccellente Montella o gli eterni Guidolin e Mazzarri. Berlusconi, infatti, disse ufficialmente di voler dedicare il “Milan ai milanisti”, parole che suonavano più come uno slogan pubblicitario che come una reale scelta politica. La realtà è probabilmente diversa: ammettere ufficialmente un ridimensionamento del progetto sportivo del Milan è quanto di più dannoso possa esserci a livello economico in questo momento. Con una squadra che ha già perso appeal internazionale e naviga nel triste mare delle “vecchie glorie”, l’unico modo per provare ad esaltare l’entusiasmo dei tifosi e tenersi aggrappati al boccaglio delle vendite degli sponsor e dei diritti televisivi che, dal 2011 ad oggi, si stanno riducendo di circa 20 milioni ogni anno per i rossoneri. Ultima “doppietta” di allenatori è stata quella di Mihajlovic e Brocchi: il primo, ex storico calciatore dell’Inter, si è messo in mostra con la Sampdoria dell’anno scorso per un gioco solido e compatto. Per la prima volta, infatti, la dirigenza milanista ha dovuto fare i conti con la realtà dei fatti: il progetto rossonero era alla deriva, gli investitori stranieri non hanno acquistato la squadra ed andava in ogni modo ottenuto un risultato buono. Andava quindi fatta una scelta che sa chiaramente di ridimensionamento, scegliendo il contropiedista e catenacciaro serbo, per portare a casa quanti più risultati possibile. Il mercato di questa estate è stato un investimento disperato, con i quasi 100 milioni spesi per Bacca, Bertolacci e Romagnoli: un modo per tenere il passo della inarrivabile Juventus, il sorprendente Napoli, le rivali Fiorentina ed Inter e la temibile Roma. Troppe pretendenti per pochi posti in classifica. Nonostante una finale di Coppa Italia guadagnata fortunosamente sull’Alessandria, però, anche Mihajlovic è stato sacrificato sull’altare delle orribili prestazioni della squadra, con l’arrivo dell’ennesimo ex giocatore esordiente sulla panchina, Christian Brocchi. E così proprio il Milan, la squadra che nel passato vinse grazie alle geniali intuizioni di allenatori esordienti, si trova adesso nella crudele trappola del suo passato: ostaggio di giocatori-immagine come Balotelli e Honda, deve sacrificare sacrificare sulla panchina le proprie bandiere per coprire le macerie di un impero ormai crollato.
Federico Norberto Quagliuolo

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