Opera # 2 – L’arco di Montella

Non ci è dato sapere se Vincenzo Montella avesse consapevolezza di quello che il suo piede sinistro stava per compiere per battere il portiere Sebastiano Rossi, muro a difesa della porta del Milan quella sera grande antagonista del sogno non più proibito dei figli di Roma: vincere lo scudetto. La stagione è la 2000/2001, scaramanzia è la parola d’ordine per un popolo che all’entusiasmo per la vittoria antepone per tradizione la paura della sconfitta: il timore che la cavalcata possa dirsi infine rovinosa anziché vittoriosa è estremamente forte nelle menti e nelle parole di chi troppe volte ha assaporato l’amaro sapore della sconfitta, che come una lama di ghigliottina recide la speranza in un lungo, funesto brivido gelido. Nelle strade della capitale serpeggia il divieto assoluto di pronunciare la fatidica parola “scudetto”: questa viene sostituita con l’espressione “trukke-trukke”, codice da scambiarsi per sognare segretamente. A tre partite dalla fine del campionato, la Roma è alla testa del gruppo seguita dalla Lazio a cinque distanze e dalla Juve a sei. La situazione di classifica è ottimale per il popolo giallorosso.
27 maggio 2001
Tocca al Milan, in zona uefa con la Champions sempre più lontana, a tentare di azionare la ghigliottina sulle speranze di vittoria romaniste. Si gioca all’Olimpico, una bolgia di calore da far invidia anche alle profondità più roventi dell’inferno. In casa Roma l’entusiasmo è macchiato dalle pretese di uomo che chiede a Capello di avere più spazio: Montella è consapevole di poter dare tanto alla sua squadra, ma chi ha il potere decisionale non è altrettanto convinto. Per la partita contro il Milan, Capello decide che Delvecchio, assieme a Totti e Batistuta, è l’uomo che può dare speranza di vittoria alla Roma. Non l’incompreso, non il disilluso Montella. L’arbitro Cesari fischia, l’Olimpico inizia un’interminabile apnea di novanta minuti il cui esito è coperto da un velo di oscuro ignoto che suscita timore e angoscia. Durante il primo tempo, nella San Siro nerazzurra, la Lazio segna e si porta a -2 dalla Roma. All’Olimpico il gioco è rabbioso, il Milan mostra gli artigli e allo scadere del primo tempo, sul primo calcio d’angolo del match, Coco gira di testa la palla in rete. Il cielo di Roma sembra rovinare sulla speranza e la paura dichiara suo ogni cuore che si professa giallorosso. Ma l’incedere della storia, nel nostro caso calcistica, ama smentire gli uomini nel momento in cui essi sono più pieni di sé, quando credono che le cose andranno in nessun altro modo che quello previsto. Quel 27 maggio 2001, la storia decide di imporre la sua volontà su quella umana, in questa vicenda di Capello, divenendo materia nel piede sinistro di Montella. Il primo passo è l’ingresso in campo ad inizio secondo tempo di Montella al posto di un deludente Delvecchio. Il secondo è il palo clamoroso colpito da Montella che asciuga le stille di sudore freddo di cui è cosparsa la fronte di ogni tifoso romanista: il pareggio sembra possibile, l’entusiasmo trova nuovo vigore. Il terzo passo è quello creativo, è il dribbling leggiadro con cui Montella si libera di Giunti, è il passo che fa da prologo al prodigio di Montella. Il numero nove della Roma si accentra, un’occhiata ai compagni che si scagliano in area, un’altra al portiere Rossi per calcolare le probabilità di riuscita di un buon tiro. Il quarto passo è il genio che chiede in prestito lo sguardo di Montella. Il portiere è fuori dai pali, il genio fa acciuffare al talento di Montella la scelta più complessa e azzardata tra le tante: il pallonetto, quello tipico da scuola Roma, marchio distintivo dell’estro di Totti. Montella ci crede, il sinistro libera il tiro: la palla delinea una traiettoria perfetta, un arco a tutto sesto degno della miglior scuola di architettura. Un tale prodigio non può avere che una sola conclusione: goal! L’arco disegnato da Montella, come la sagoma di un sole albeggiante, spinge lontane le ombre della notte e riporta la luce tra le 75 mila anime dell’Olimpico. Il pallonetto è prodigioso nella sua perfezione; la storia l’ha già fatto suo, la sua bellezza è degna di eternità e di scudetto.
Matteo Fortuzzi

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Categorie:Storie

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