Opera # 1 – Il volo di Rooney

Braccia spalancate e fronte al cielo; gli occhi aperti guardano lontano verso un punto indefinito della volta, mentre la gloria ti avvolge nel suo mantello e la voglia di assaporarla mentre ti scorre sulla pelle ti fa restare fermo lì, immobile, in posa statuaria, per qualche istante immerso nella dimensione storica a firmare l’opera d’arte appena compiuta. Quel 12 febbraio 2011, Rooney ben sapeva di aver donato al calcio un qualcosa di eternamente bello, entusiasmante ed appassionante. La cornice dell’opera d’arte è il derby di Manchester, il numero 157, sponda Old Trafford. Il Manchester United è di un punto sopra l’Arsenal ed in fuga dai fastidiosi vicini del City, capeggiati dall’agguerrito Mancini, per ricchezza configurabile come il “re persiano” della Premier, volenteroso di portare i suoi citizens alla conquista dell’Inghilterra dopo più di quarant’anni dall’ultima spedizione vittoriosa. Tra gli uomini di Ferguson il morale non è prossimo alle stelle nonostante il primo posto: le dichiarazioni di Rooney di qualche mese prima, relative ad una probabile sua dipartita, hanno graffiato l’amore paterno che da sempre i tifosi della Manchester rossa hanno avuto nei riguardi del loro figlio prediletto.
Manchester, Old Trafford, 12:45 pm:
L’arbitro fischia, l’acuto del fischietto si disperde nel grembo dell’Old Trafford: la partita ha inizio. La posta in palio è alta: in caso di vittoria, il Manchester United taglierebbe fuori il City dalla corsa per il titolo; per entrambi il pareggio serve a poco, il City è assetato di punti. Il primo a prendere l’avversario per il collo è Nani al minuto 41°: il talentuoso portoghese concretizza un’appagante azione infilando di piatto sinistro il domito Hart. Al minuto ’65 Dzeko calcia sulla schiena di Silva: la carambola spiazza Van der Sar e tutto l’Old Trafford: è il pareggio. Proprio in questo istante la storia decide di intarsiare la vicenda umana con la sua volontà. È il minuto 77°: la palla giunge a Nani. La sua posizione è defilata sulla destra, a metà tra la trequarti e l’area di rigore, davanti a lui il difensore avversario ne scoraggia l’acquisizione del fondo. Nani alza lo sguardo: l’irriverente Rooney si sta addentrando nel cuore dell’area del City, alle spalle di Kompany. Richards è distante, la marcatura lo trattiene stretto a Giggs. Nani sceglie l’azzardo: punta sul cross direzione Rooney. La sfera è calciata bene, propriamente tesa e precisa, se non fosse per un leggero giro interno che la porta ad uscire dall’area di rigore. Rooney nota come la sfera si stia allontanando dal punto in cui l’avrebbe impattata di testa; i piedi affondano i tacchetti nel terreno per frenare lo scatto. La palla non scende, resta alta, troppo alta per essere colpita con la testa o persino stoppata con un aggancio acrobatico. Per prendere quella palla non basta il talento: è richiesto l’impulso del genio, di cui Rooney può essere un eccelso interprete. Il dieci dello United chiede alla gravità il permesso di affrancarsi dalla sua legge, volta le spalle ad Hart e si lancia in area: il corpo resta sospeso, il piede destro proteso verso la sfera. La coordinazione è perfetta, il piede giunge puntualissimo all’appuntamento con il pallone. È questo il momento dove l’estetica raggiunge la sua perfezione, la sua più vera bellezza, è questo il momento che le macchine fotografiche hanno scelto come più degno dell’immortalità. Dopo di ciò, l’ancora più domito Hart accompagna con lo sguardo la palla in rete, Rooney si rialza dalla caduta e corre glorioso verso la bandierina, verso i suoi tifosi, verso un rapporto rinsaldato, verso la storia. Davanti a questa si ferma, braccia spalancate e fronte al cielo: è un capolavoro.
Matteo Fortuzzi

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