Analisi di un declino

Un rocambolesco pareggio con una delle ultime delle classe, il Frosinone, continua a delineare la triste e malconcia stagione del Milan, che spera solo di chiudere il campionato il prima possibile. Allo stesso tempo, però, mentre il campo è povero di soddisfazioni ed i tifosi schiumano rabbia dinanzi all’indolenza di Balotelli, agli svarioni difensivi di Zapata ed alla lentezza proverbiale di Montolivo, anche in sede amministrativa il Milan sta subendo un vero e proprio terremoto finanziario, che costringe la squadra ad un continuo ridimensionamento. Secondo quanto affermato dal quotidiano Milano Finanza, infatti, il 2015 si è chiuso con perdite pari a 90 milioni, ripianate da Fininvest, azionista di maggioranza, e guadagni pari a 200 milioni: stellari, ma in netto calo rispetto ai 222 dell’anno precedente, i 255 del 2013 ed addirittura i 300 del 2012, anno del famosissimo gol di Muntari, che vide il tramonto dello strapotere di Milano nel calcio italiano, con il ritorno di Torino sulle vette. Si tratta della legge della giungla, un istinto di sopravvivenza, una spietata guerra che lascia vivo solo chi si adatta per primo ai nuovi tempi. E così, dopo trent’anni ruggenti, con un Milan che fu il trampolino di lancio e specchio dei consensi politici di Berlusconi, adesso la squadra rossonera si trova a fare i conti con le maglie ormai sfaldate di una fittissima rete fatta di stampa, politica e calcio uniti in un legame che, fino al 2012, pareva garanzia dell’invincibilità.
Profondo rosso(nero)
Il famoso Fair Play finanziario è una barzelletta in casa Milan: negli ultimi 6 anni, dalla stagione 2009-10 al campionato in corso, la squadra rossonera ha collezionato ben 340 milioni di euro di debiti, con le ultime due stagioni che hanno registrato perdite di 91 e 90 milioni. Trovare un unico colpevole nel crollo netto delle prestazioni del Milan che, in soli quattro anni, è passato dal secondo posto alla lotta per l’ultimo posto di Europa League, è molto difficile: i tifosi puntano il dito contro la dirigenza; i giornalisti chiedevano la testa dei giocatori a fine partita e, infine, l’unico a pagare per tutti è stato il tecnico Mihajlovic, per seguire il malcostume tutto italiano dell’esonero dei tecnici nei momenti di flessione sportiva. Allo stesso tempo, la situazione attuale è la naturale evoluzione di una smobilitazione cominciata nel 2012, con la cessione di Ibrahimovic e Thiago Silva per far fronte alle perdite in bilancio dovute alla stagione fallimentare in Europa ed allo scudetto perso. E così, di anno in anno, il Milan ha visto andar via tutti i suoi campioni degli anni di vittorie, sostituiti da gregari di maggiore o minore spessore: uno su tutti è stato l’insopportabile Balotelli, fischiato fra le due sponde di Milano, buttato in un lungo ping-pong di mercato a Liverpool e cacciato anche lì, per poi tornare come gregario quest’anno, ogni volta annunciato alla stampa come il giocatore del definitivo salto di qualità.
Un po’ come il fidanzato che promette di cambiare e poi non cambia mai. Con la speranza di un acquisto da parte dell’oscuro intermediario thailandese Bee Taechaubol, poi, la stagione 2015-16 era cominciata con l’entusiasmo alle stelle e con spese al di fuori di ogni possibilità economica, con 50 milioni di euro regalati alla Roma per Bertolacci e Romagnoli (ed i regali alla dirigenza giallorossa sono continuati, con la cessione di El Shaarawy a gennaio): Berlusconi annunciò ad agosto che “con Mihajlovic il Milan vincerà lo scudetto” e, già alla quinta giornata, si trovò ad affondare in un umiliante 4-0 con il ridimensionato Napoli dell’esordiente Sarri. Preludio dell’ennesimo anno di insuccessi.
Paura del futuro
Un po’ come la fine del ventennio di berlusconismo, se la Fininvest non intervenisse ogni anno a ripianare i debiti della squadra rossonera, il Milan finirebbe in situazioni di profondo dissesto finanziario, costringendo al fallimento e ad una ingloriosa fine fra i registri dei tribunali fallimentari.
Per questa ragione, da due anni, Berlusconi sta disperatamente cercando di trovare acquirenti: la speranza tradita di Mister Bee è stato l’ultimo schiaffo ad un impero ormai in rovina che rischia, dopo trent’anni d’oro, di far tornare il Milan al malinconico anonimato dei primi anni ’80. La sopravvivenza della squadra è legata ad un filo ed è l’Europa League: abbandonata ufficialmente ogni velleità di Champions, infatti, l’unico modo per evitare un vero e proprio naufragio finanziario, sarebbe solo l’ingresso in società di nuovi e ricchi soci, disposti ad investire in una avventura economica assai rischiosa e di poco appeal: i mercati esteri sono più interessanti, più limpidi nelle politiche sportive ed assai più remunerativi in termini di investimento. E’ infatti molto più sicuro un investimento in Inghilterra o in Francia, paesi storicamente assai amici degli investitori mediorientali, piuttosto che una Italia particolarmente ostile alle novità nei mercati interni ed aggrappata ai sacri equilibri quasi feudali che regnano incontrastati nella serie A.
E così, con una dantesca punizione del contrappasso, il Milan si è trovato vittima proprio della stesso connubio politica-economia che lo rese una delle squadre più forti della storia d’Europa.
Federico Norberto Quagliuolo

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