Un gemellaggio fuori dal comune

Qualche mese fa ha compiuto il primo anno di vita un improvviso e curioso legame che ha unito due popoli lontani, ma assai simili: gli irlandesi ed i napoletani, il gemellaggio fra Celtic e Napoli.
Irlandesi in Scozia?
Il Celtic, in effetti, è una squadra del campionato scozzese e formalmente ha poco a che vedere con l’Irlanda. Eppure, il nome già assai evocativo lascia già comprendere le origini della squadra, se affiancato allo scudetto: il trifoglio irlandese affiancato al nome dei celti, la misteriosa ed antichissima popolazione che abitava le selve dell’isola alle spalle dell’Inghilterra. Le origini vanno quindi trovate in un antichissimo episodio di ben 200 anni fa: nel 1801, infatti, l’Inghilterra, orfana dell’America appena perduta, occupò l’Irlanda e perpetrò politiche estremamente violente e repressive nei confronti del popolo cattolico e dalla natura ribelle che abitava le lande irlandesi.  Furono proprio queste le premesse che portarono alla prima grande carestia in Irlanda, a metà dell’800, che vide la morte di oltre un milione di isolani, oltre alla più grande emigrazione che la storia d’Irlanda abbia mai conosciuto: la meta preferita dei migranti era la Scozia e, proprio lì, nel 1887 nacque un club di football dai discendenti di quegli irlandesi che, trent’anni prima, erano scappati dalle miserie della propria terra. Il fondatore era un tal “fratello Walfrid”, un prete della comunità cattolica irlandese di Glasgow che riunì gli sportivi della propria terra per raccogliere fondi per i poveri. Qualche anno prima nacquero i Rangers, altro storico club della comunità irlandese protestante, ricca e unionista, che, dalla nascita del Celtic, riversò i grandi dilemmi sociali sui campi da calcio e, da centotrenta anni, rende il campionato scozzese affare d’Irlanda. Per ironia della sorte, Walfrid morì proprio l’anno prima della proclamazione di indipendenza irlandese. Il motto del Celtic era infatti “verrà il nostro giorno”: quel giorno profetizzato venne, ma Walfrid non poté mai vederlo.  Ad oggi, però, l’Irlanda non ha un campionato di calcio nazionale e gran parte degli irlandesi tifa Celtic, tant’è vero che è assai facile trovare a Dublino dei negozi della squadra scozzese.
La stessa rabbia, lo stesso sangue
L’Irlanda, con orgoglio ed indomito coraggio, dopo cent’anni di sangue riuscì a sconfiggere l’impero più potente del mondo e, proprio adesso, sta festeggiando i cent’anni di indipendenza dall’Inghilterra. Situazione completamente opposta rispetto all’Italia, che nel 2011 ha festeggiato i 150 anni di unità ed ha visto, nella finale di Coppa Italia, l’inno nazionale fischiato con rabbia dalle stesse persone che, da tempi immemori, sono vittime di cieco odio e discriminazione.  “Oh, Vesuvio lavali col fuoco” ed altri orribili cori da stadio contro i napoletani ed i meridionali in generale, infatti, sono diventati un linguaggio universale da cantare in tutte le curve d’Italia, maliziosamente mascherato come “goliardia” per non cadere nelle squalifiche del Giudice Sportivo. Si tratta della punta dell’iceberg rappresentato da un malessere profondo della società italiana, dalle origini antichissime e mai curato, anzi, recentemente fomentato e sdoganato dalla stessa classe dirigente. Fu però proprio durante un match fra Celtic ed Inter di febbraio 2015 che i tifosi interisti, in preda ad un delirio d’odio, cominciarono a cantare i loro storici cori sul Vesuvio davanti ai tifosi scozzesi, che niente avevano a che fare con i partenopei: leggenda vuole che i tifosi del Celtic abbiano risposto sommergendo di fischi gli avversari, urlando poi a squarciagola un “Come on Naples!”. Di lì una pagina di fan del Celtic, “I am a Celtic supporter”, spiegò pochi giorni dopo la ragione della reazione dei tifosi: “uno dei valori che fondano il tifo del Celtic è la lotta contro ogni tipo di oppressione: ci schieriamo fermamente a favore dei napoletani, un popolo storicamente discriminato ed offeso dai loro connazionali del nord”.  Bastò questa dichiarazione spontanea per scatenare l’amore dei tifosi del Napoli che, scortati da una stampa locale online volutamente ambigua e compiacente (che spesso ha volontariamente fatto passare come comunicati ufficiali del Celtic alcuni post della pagina “I am a Celtic supporter”), hanno dato luce al gemellaggio fra napoletani e scozzesi\irlandesi. Due popoli che di discriminazioni ed odio ne hanno incontrato tanto nella propria storia. Tommy Burns, storico capitano del Celtic, spiegò la filosofia della propria squadra in poche parole: “chi veste questa maglia può onorarla in un solo modo: comprendendo che non gioca per una squadra di calcio, ma lotta per una causa”. La peculiarità di questa simpatia che attraversa 3000 chilometri d’Europa è che, a differenza dei gemellaggi nati fra tifoserie organizzate e poi estesi al tifo “occasionale”, come quello fra Genoa e Napoli o anche quello più recente di Borussia e Napoli, l’incontro col Celtic è nato esclusivamente online, senza mai un reale contatto fra le tifoserie o una partita di calcio che abbia visto i due club fronteggiarsi. Ed oggi, a distanza di un anno da questo inaspettato abbraccio di culture tanto simili, internet è diventato ricco di scambi d’affetto fra tifosi del Celtic e del Napoli, in un sodalizio che ha dimostrato il senso più profondo dell’amicizia sportiva e politica fra due popoli: l’unico modo per vincere le discriminazioni è l’unione dei cuori, gli stessi che hanno conosciuto il dolore del sentirsi piccoli e soli davanti a giganti di odio.
Federico Norberto Quagliuolo

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Categorie:Storie

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