Il talento bruciato dei ragazzi degli anni ’90

Una delle battaglie eterne, sentita soprattutto in Italia, è quella combattuta fra la vecchia e la nuova generazione, i grandi contro i piccoli: i ventenni che, dopo anni passati a far le prove generali per entrare nel mondo dei grandi, si ritrovano improvvisamente in un mondo a loro ostile, fatto di sguardi diffidenti degli adulti a fine carriera e spintoni di chi, dopo aver tanto faticato, a trent’anni ha trovato il suo posto al sole e teme la concorrenza dei nuovi arrivati. Gli anni ’90 sono proprio al centro di questa lotta, l’ultima generazione del secondo millennio proprio in questi anni prova a costruire il proprio futuro: i più giovani ’98 e ’99 ormai sono quasi alla fine del liceo, mentre i classe ’90 e ’91 già cominciano ad interfacciarsi col mondo del lavoro che, senza pietà, li accoglie lentamente e con diffidenza perché troppo inesperti per far carriera e troppo vecchi per cominciare un praticantato. Nel calcio la situazione è pressoché identica, con una Italia che fatica a scommettere sulle giovani promesse , mentre in Europa, specialmente in Inghilterra e Germania, i coetanei delle giovani promesse italiani già dominano le scene calcistiche di primo piano da tre-quattro anni, con un Bayern che già sfoggia i giovani classe ’96 e ’97 in Champions e, invece, l’Italia solo nell’ultima stagione ha dato fiducia alla classe, ’90, ’91 e ’92, che ora giocano titolari nella maggior parte delle rose di Serie A.
Professionisti “anziani”
Senza perdersi nei soliti luoghi comuni di un nord Europa efficiente ed un mediterraneo “mammone”, bisogna domandarsi: se dal prossimo anno la Serie A volesse adottare una politica d’interesse verso i giovani talenti italiani, cosa troverebbe? Ben poco. Fatta salva la storica scuola di portieri italiani che, dal giovane fenomeno Donnarumma per arrivare agli ottimi Sportiello, Perin, Leali, Gollini e compagni nati negli anni ’90, in difesa, a centrocampo ed in attacco l’Italia ha prodotto pochi talenti e tanti fiori che faticano a sbocciare, come il giovanissimo Romagnoli che non riesce a scrollarsi di dosso la “taglia” di 30 milioni di euro pagati dal Milan per assicurarsi le prestazioni del futuro centrale della Nazionale. Oltre alla storica scuola di calcio del Milan, che ha sempre sfornato giovani dalle ottime prospettive come i vari De Sciglio, Darmian e lo stesso Donnarumma, in Italia sono assai autorevoli il settore giovanile della Juventus, della Roma e dell’Atalanta, ma, tranne quello bergamasco, gli standard di crescita professionale dei giovani sono assai più bassi rispetto ai corrispettivi europei, con settori giovanili juventini che sfornano decine di calciatori di buon livello, ma faticano a produrre campioni. Le altre grandi squadre, invece, sopravvivono con settori primavera spesso disorganizzati e poco curati, fatte salve le realtà dell’Empoli e, più recentemente, del Palermo. In tutti i casi, salvo le squadre minori, Milan, Juventus, Roma ed Inter raramente fanno esordire i propri giovani talenti in squadra, preferendo la più facile via del prestito in serie inferiori per far crescere i propri talenti. Una interessante statistica di Transfermarkt, risalente al mercato del 2013, ha mostrato le migliori scuole calcio in relazione ai giocatori under-20 che, negli ultimi due anni, sono diventati professionisti. Su tutte spicca il Real Madrid, con 27 giocatori della primavera divenuti professionisti a meno di vent’anni. Immediatamente dopo l’Olimpico di Lione ed il Barcellona con 18 giocatori. Per vedere le italiane, bisogna guardare ancora più in basso: Atalanta con 13 professionisti under-20, Milan con 12 giocatori, poi Juventus e Roma con 10. Dopo, il vuoto. Gli under-20 nel 2013 erano tutti i ragazzi nati dopo il 1992: quasi l’intera classe italiana degli anni ’90 è diventata professionista dopo i vent’anni, quando i coetanei tedeschi già si preparavano per vincere il Mondiale 2014 grazie proprio ad un ’92, Mario Goetze.
Colpe storiche e poca voglia di investire
La colpa di certo non è recente, anzi, è dovuta a politiche scellerate, totalmente noncuranti della cura dei talenti italiani, cominciate proprio negli anni in cui nacquero i ventenni “disoccupati” di oggi: un malcostume cominciato con le spese folli e gli indebitamenti degli anni ’90 e 2000, culminate nella crisi profonda che ha cominciato ad investire il calcio italiano a partire dai fallimenti di Lazio e Parma, per poi travolgere Inter, Milan, Roma . Vivendo di guadagni dovuti ad introiti TV, sponsorizzazioni e fattori esterni alla gestione aziendale della squadra sportiva, la politica calcistica italiana ha cominciato a “navigare a vista”, preferendo investimenti in giocatori già cresciuti altrove, per ottenere risultati immediati e non perdere quell’essenziale boccata d’ossigeno dei soldi derivanti da buoni piazzamenti in classifica, con la conseguenza di non permettere investimenti nel settore giovanile. Dall’altro lato, le società meno ricche come l’Udinese hanno trovato la propria gioia nello sviluppo di settori di scouting estremamente efficienti, cercando giovani in angoli remoti del mondo e, di conseguenza, estromettendo completamente il settore giovanile dalla crescita della squadra: basterà pensare alla beffa subita da Scuffet, altro portiere-fenomeno che, dopo aver incantato la Serie A a 17 anni, oggi si trova a lottare per la retrocessione in Lega Pro col Como. In questo quadro va poi sottolineata la gravissima colpa del Napoli, che storicamente ha sempre avuto sotto le mani la “cantera” più prolifica d’Europa dopo quella spagnola e che, da tempi immemori, regala i propri talenti alle ben più attrezzate aree giovanili del nord Italia: gli ultimi illustri assenti sono Mandragora, nato a Napoli e cresciuto nelle giovanili del Genoa, per non parlare di Armando Izzo, regalato per poche migliaia di euro agli stessi rossoblù. E così si continua con Daniele Verde della Roma, la stella nascente di Merola all’Inter e tantissimi altri nomi lasciati alle società del Nord o addirittura al Chelsea come il 2000 Ciro Palmieri, complice anche un tessuto di osservatori e scuole calcio estremamente corrotto ed inefficiente, come denunciò Gianluca Grava al Corriere dello Sport. Questo non sminuisce le colpe della società partenopea nel non aver mai investito nell’ultimo ventennio in una struttura consolidata e presente sul territorio, in modo da poter attrarre i giovani talenti e permettere una crescita.
I migliori anni della nostra carriera
D’altro canto, essendo anche impossibile in Italia creare una squadra B (come invece è d’uso in tutti i campionati europei per far crescere gli under-21 in un ambiente competitivo), i grandi club sono costretti a lasciare in prestito i propri gioielli, preferendo il trasferimento a società amiche in Serie B o nei “bassifondi” della Serie A, per sperare che i propri talenti giochino con una certa continuità. E così adesso molti giovani si ritrovano a venticinque anni, al ritorno nelle rose delle grandi squadre d’appartenenza dopo numerosi prestiti, viaggi, “tirocini” nei campi di sterpaglie e sintetici di tutte le periferie d’Italia. Un bagaglio d’esperienza confusionario e di certo non paragonabile a quello accumulato dai coetanei in Germania ed Inghilterra che, giorno dopo giorno, si allenano al fianco della squadra titolare e solo per necessità o per scarsi risultati sono ceduti ad altre squadre: basta vedere i due casi opposti di Morata, ceduto alla Juventus per garantirne la crescita in un ambiente competitivo, e Cristian Tello, “gettato” dal Barcellona in giro per l’Europa, poco considerato in catalogna. Venticinque anni che sembrano pochissimi per la realtà italiana, mentre in Spagna, Germania ed Inghilterra rappresentano già la maturità calcistica per giocare un grande club. Quella italiana sembrerebbe quasi una tecnica di “selezione naturale” che porta alla ribalta solo i giocatori dotati di estro e tecnica migliori, ma si traduce in un continuo ed irrazionale sacrificio di decine di possibili fenomeni che, lasciati fra mani più o meno esperte degli allenatori che si succedono sulle panchine delle squadre minori, lasciano la propria carriera al caso ed alla fortuna, quando, con una crescita guidata ed armoniosa assieme alla squadra titolare, sarebbero stati valorizzati i colpi inesplosi di tanti giocatori persi nell’inferno e nelle difficoltà affrontati nelle serie inferiori. Per dare due esempi opposti, un Pescara dei miracoli con Zeman ha prodotto Insigne, Verratti ed Immobile, mentre invece la Lazio ed il Napoli hanno distrutto un Andrea Russotto con una gestione pessima fatta di ben venti prestiti in giro per l’Europa per un giocatore che, oggi, ha 27 anni ed è passato da promessa della Nazionale a punta della Serie B Svizzera, oggi al Catania.  E così i giovani talenti, la classe ’90 che proprio nei primi anni del 2000 cominciavano a mettere piede sui campi di pallone, si è trovata improvvisamente immersa nelle difficoltà di un diffidente mondo del calcio di massima categoria che, nel 2006, era rappresentato dal sogno di Totti, Cannavaro e Del Piero che alzavano la coppa del mondo. Un campanello d’allarme per i giovanissimi 2000 che, ad oggi, con investimenti corposi e lungimiranti in una Academy giovanile da realizzare in tutte le grandi squadre italiane, potrebbero essere i futuri campioni del mondo, trasformandosi negli idoli che, purtroppo, questa perduta generazione di sportivi non potrà ammirare.
Federico Norberto Quagliuolo

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