Dall’oratorio all’oblio

Nell’olimpo delle squadre antiche non tutti i nomi riuscirono ad ottenere la gloria ed i giusti riconoscimenti della storia: è questo proprio il caso della SPAL, una cenerentola fra le principesse che, ancora oggi dopo secoli, dominano i palcoscenici internazionali del calcio che conta.
Il campetto della chiesa
Quando si parla di calcio di bassa lega, spunta puntuale la metafora del “questo non si fa nemmeno all’oratorio!” In questo caso, l’oratorio della SPAL fu proprio il luogo in cui per la prima volta calciarono il pallone alcuni dei maggiori talenti degli ultimi trenta anni di Serie A. La società nacque infatti come una piccola associazione sportiva gestita dai padri salesiani di Ferrara, con a capo Pietro Acerbis, un personaggio dall’aria simpatica, moderna, molto interessato alle mode ed ai nuovi sport giovanili. L’anno era il 1912 e l’Europa era ormai ad un passo dalla prima guerra che devastò l’intero continente. Nel frattempo, nei campetti dell’oratorio del circolo Ars et Labor, si allenavano i ragazzi che, qualche anno dopo, avrebbero dato inizio ad una piccola e dimenticata favola. I colori sociali della SPAL – acronimo di Società Polisportiva Ars et Labor – erano e sono ancora l’azzurro ed il bianco, gli stessi colori utilizzati dai salesiani. La prima partita ufficiale fu giocata dopo la guerra, una disastrosa sconfitta per 4-1 contro la Sampierdanese, la “mamma” della Sampdoria. I successivi match non furono meno lusinghieri: i match dei ferraresi erano solo una pioggia battente di pallonate imbarcate dalle più attrezzate avversarie del nord Italia, fra il fortissimo Bologna, il Genoa, la neonata Fiorentina e le altre colleghe del campionato di Lega Nord. Deprimente.
Il mago di campagna
La SPAL era nata senza alcuna pretesa di grandi risultati e, dopo terribili schiaffoni ricevuti da chi non affrontava più il calcio con quella mentalità (un po’ retrò) del gioco dilettantistico tipica della fine dell’800, l’entusiasmo della piccola squadra di provincia era ormai finito: prossima allo scioglimento, dopo la seconda guerra mondiale fu rilevata l’associazione sportiva da Paolo Mazza, un ex calciatore ed allenatore di squadre di provincia, un personaggio anonimo, che fu accolto con sommo scetticismo e poche aspettative. Mazza diede subito una impronta decisa alla struttura sportiva: decise di seguire personalmente tutte le partitelle fra ragazzini, anche le più insignificanti, per poter riuscire a portare con sé qualche nuovo talento, la futura stella del calcio italiano. Era convinto, infatti, che il punto di forza della SPAL fosse proprio quella sua natura dilettantistica ed entusiasta, quell’amore per il pallone che, nelle serie maggiori, era inscindibile dal denaro già negli anni ’50. Come una Udinese ante litteram che cercava talenti ancora in Italia e non in remote lande sudamericane, la SPAL fu la madre dei calciatori più famosi del panorama mondiale: acquistati per poche lire dalle società più piccole ed anonime d’Italia ed integrati in squadra da sapienti allenatori, puntualmente erano venduti dopo pochi anni per numerosi milioni alle grandi squadre di Serie A, garantendo plusvalenze consistenti. Ogni anno era un successo: ogni grande calciatore degli anni ’50, ’60 e ’70 era passato per i campetti di fango di Ferrara: Edoardo Reja, Ottavio Bianchi, Domenico Parola, Luigi Delneri, Ottavio Bugatti, giusto per fare dei nomi ancora oggi famosi.
Si diceva che Mazza avesse un “occhio magico”: dopo mezz’ora passata ad osservare i movimenti di un ragazzino, era capace di capire se davanti a lui c’era un futuro campione. Ma Mazza non si fermò alla valorizzazione dei calciatori: convinto del fatto che il calcio fosse ormai un fenomeno economico, gettò le basi del moderno calciomercato, indicando Milano come sede dei futuri scambi fra squadre.
Non tutte le storie hanno un lieto fine
Gli umili non hanno quasi mai avuto tributi, monumenti e dediche: lo disse duecento anni fa Manzoni e, come nella storia dei popoli, così nella più piccola storia del calcio, il mondo dimenticò la SPAL proprio quando Mazza abbandonò la presidenza. Ormai vecchio, alla fine degli anni ’70 i rapporti con la dirigenza della squadra erano ormai ai minimi termini: Paolo Mazza lasciò il calcio e si ritirò a vita privata, dopo essere stato il padre di trent’anni di calciatori italiani. Dopo il ritiro di Mazza, la SPAL non riuscì più a realizzare le incredibili plusvalenze e gli osservatori non avevano l’occhio magico dell’ex presidente che, come in tutti gli one-man-show, non lasciò una struttura societaria autosufficiente dopo il suo addio. Cominciarono ad accumularsi i debiti, i creditori bussarono sempre più insistentemente alle porte della piccola società ferrarese e, senza la fonte di guadagno dovuta alle cessioni di mercato, la SPAL subì numerose procedure fallimentari e rinascite nella sua vita. Basti pensare che, solo negli ultimi 10 anni, la società è risorta per ben quattro volte, dopo essere stata aggredita dai creditori. L’attuale squadra di Ferrara si chiama “SPAL 2013” (senza nessun acronimo!), per non adottare l’antica denominazione ed avere eventuali problemi legali con i creditori dell’antica società, oggi fallita. Eppure, nonostante l’umiliante conclusione della storia della SPAL, la squadra di Ferrara non ha smesso di produrre talenti: come l’ultimo canto del cigno, nel 2004 esordirono in maglia biancazzurra due personaggi oggi famosi: Sergio Pellissier in attacco e Massimiliano Allegri in panchina.
Federico Norberto Quagliuolo

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Categorie:Storie

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