Atto IX – Matrimonio blues

Si narra che un giorno, durante un volo in elicottero sui cieli di Londra, lo sguardo di Roman Abramovich si sia posato sulle belle fattezze dello Stamford Bridge, e il ricco e potente russo non abbia potuto che cadere in amore con la squadra che dal 1905 chiama casa quel rettangolo erboso nel cuore di Londra. Per l’esigua cifra di 60 milioni di sterline, nel 2003 è stato ufficialmente siglato il matrimonio tra Abramovich ed il Chelsea Fc; non si sa quanto effettivamente il magnate russo fosse innamorato del Chelsea e della sua tradizione al sapore inglese, ed escludendo la necessità di avere un’attività imprenditoriale a cui dedicarsi, per certo il suo interesse più grande verteva intorno al desiderio di far conoscere il suo nome e la portata delle sue tasche al popolo europeo. Nella realtà i soldi esaudiscono i desideri meglio di quanto possa fare un genio della lampada o una stella cadente appena avvistata, e trasportato su di una barca che naviga tutt’ora un fiume di milioni, il desiderio di Abramovich è stato in breve esaudito: le cifre folli investite per fare del Chelsea una delle glorie del calcio inglese hanno dimostrato a chiunque quanto il denaro possa essere determinante per vincere, ed è innegabile come Abramovich sia stato un pioniere della nuova era del calcio dei miliardari.

 

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L’era Abramovich

Prima che Abramovich decidesse di farla sua sposa, il Chelsea non era mai stata una delle prime donne d’Inghilterra, aveva vinto poco ed aveva fatto parlare di sé più per le crisi finanziarie e per il fenomeno degli hooligans che per le vittorie sul campo. Nella penuria di trofei alzati, i tifosi del Chelsea hanno dedicato la loro fede blues alla tradizione che lo Stamford Bridge ha sempre rappresentato nel loro immaginifico legame con lo spirito del calcio. Quattro tribune per ospitare 41 mila tifosi, sedie blu dello stesso colore dei telai in ferro che elevano le coperture sopra gli spalti per ricordare a tutti quelli che corrono sul terreno dello Stamford Bridge che “Blue is the colour”, come recita il cantilenante inno della squadra blu di Londra. I tifosi del Chelsea sono sempre stati molto legati e devoti agli uomini simboli della loro storia e come è avvenuto per Zola, dichiarato dal popolo blues come miglior giocatore che avesse mai calpestato l’erba dello Stamford, i nuovi idoli portati da Abramovich hanno fatto breccia nel sentimento dei londinesi blues: Drogba, con i suoi 104 goals e le prodezze che hanno portato il Chelsea ad aggiudicarsi la prima coppa dei campioni nel 2012, è stato eletto all’unanimità degno successore al trono di Zola. Poi c’è lui, Josè Mourinho, un successo dell’era Abramovich, amato da chi conduce alla vittoria ed odiato da chi subisce la sua ingegnosa e penetrante superbia. Se l’allenatore portoghese si è innalzato agli occhi di tutti con la vittoria della Champions alla guida del Porto, Abramovich gli ha fatto assaporare il potere dei soldi da usare per comprare i migliori talenti d’Europa, l’ha fatto sentire onnipotente non contrastando mai la sua teatralità mediatica e collocandolo al comando di un club vincente con alcuni tra i migliori giocatori in circolazione. Per un uomo come Abramovich, i cui desideri sono sinonimo di realtà, la componente visionaria è un carattere essenziale. Il progetto per il futuro è di investire circa 700 milioni di sterline e costruire sulle ceneri dell’attuale Stamford Bridge una nuova arena da 60 mila posti. Le difficoltà sono innumerevoli, sia perché Abramovich non detiene la proprietà fondiaria dello stadio che appartiene alla Chelsea Pitch Owners, organizzazione non-profit a cui partecipano molti dei tifosi contrari al nuovo che avanza così sfacciatamente, sia per le questioni di spazio e sicurezza da discutere con il comune di Londra. Per la realizzazione del nuovo impianto la volontà di Abramovich deve riuscire a far quadrare il cerchio, o probabilmente non ha mai compreso o amato la storia della donna che ha deciso di sposare.

Matteo Fortuzzi

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Categorie:Stadi

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