Storie di numeri uno

Erano passati appena nove anni dalla nascita del Milan e la squadra capitanata dal vendicativo Kilpin aveva già fatto man bassa di trofei, piazzandosi già come terribile.
Le squadre italiane di fine ‘800 ed inizio ‘900 erano composte per lo più da stranieri e, in parti sempre maggiori, da italiani appassionati al gioco del pallone. Proprio la crescente presenza di italiani convinse molte squadre a stabilire criteri sempre più selettivi nell’ammissione dei propri calciatori, allontanandosi dall’antico spirito di aggregazione internazionale che fece nascere le antiche squadre italiane: il Milan, su tutte, nel 1908 decise di chiudere i tesseramenti per gli stranieri e creare una rosa tutta italiana, sulle orme della Juventus. Proprio la squadra fondata e portata alla gloria dall’inglese Herbert Kilpin, all’indomani del suo addio al calcio, si trovò a rinnegare le proprie origini straniere chiudendo le porte ai giocatori non italiani! Fu proprio in quel momento che, a seguito di furiosi litigi, ben 44 soci del Milan decisero di lasciare il club rossonero e riunirsi al ristorante Orologio sotto i portici di Piazza del Duomo, famoso per essere il ritrovo di tutti i dirigenti sportivi dell’epoca. Dalla riunione di quel freddo dicembre 1908 nacque l’idea che creò la seconda squadra più tifata d’Italia: fondare l’Internazionale Milano.
Porte aperte agli stranieri
“Internazionale” non era un nome nuovo nel panorama calcistico italiano al tempo della nascita dell’Inter: molte squadre, infatti, già utilizzavano questo appellativo per indicare le compagini formate per lo più da giocatori stranieri. La prima squadra ad usare questo nome fu proprio l’Internazionale Torino, quella che, tanti anni dopo, sarà madre del leggendario Torino Calcio. L’Internazionale di Milano nacque invece come una reazione, un moto d’orgoglio degli stessi ex compagni del vecchio capitano inglese del Milan: i colori ed il simbolo furono scelti dal famosissimo pittore futurista Giorgio Muggiani: blu e nero. Proprio la scelta del blu non fu casuale: all’epoca erano assai comuni le matite con due colori alle estremità, il rosso ed il blu. Ecco come, simbolicamente, la squadra nerazzurra volle porsi agli antipodi rispetto ai rivali milanisti. Anche il nome inizialmente scelto per la squadra doveva essere il provocatorio “Milano”, ma avrebbe generato una immensa confusione con il nome dei cugini rossoneri.
Scudetto al veleno
La storia sportiva dell’Inter cominciò subito con un derby giocato in Svizzera il 10 gennaio 1909: i pali erano di legno ed i gol si segnavano lasciando una tacca sulle estremità degli stessi, le partite duravano 50 minuti ed il pubblico era composto da un centinaio di curiosi. Il Milan vinse 2-1, ma era appena cominciata la centenaria stagione dei derby di Milano. Nel 1910, poi, fu organizzato il piccolo torneo-scudetto fra le squadre italiane e, proprio qui, esordì l’Inter in un torneo ufficiale. All’epoca gli scudetti non erano festeggiati con coriandoli, caroselli in città, coppe e servizi in televisione: la neonata FIF (Federazione Italiana Football) consegnava una piccola targa di legno con lo stesso spirito che animerebbe un piccolo torneo scolastico oggi. Eppure le diatribe sportive erano già all’ordine del giorno: per un errore della federazione, infatti, la data della finale Inter-Pro Vercelli si sarebbe dovuta giocare in una data in cui molti giocatori vercellesi erano impegnati in altri tornei militari, di fatto penalizzando la squadra piemontese. La FIF fu irremovibile: la partita si giocherà ugualmente, ma, per compensare il danno subito dalla Pro Vercelli, la partita si sarebbe giocata non a Milano, ma in Piemonte. La Pro Vercelli ritenne comunque oltraggiosa la decisione della federazione e, per protesta, schierò tutti giocatori sedicenni che si scontrarono con i più esperti interisti e persero con l’umiliante punteggio di 10-3: con un trionfo roboante l’Inter conquistò il primo scudetto della sua grande bacheca.
Portieri insuperabili
Una piccola curiosità va menzionata: la finale scudetto, infatti, portò sul campo il giovanissimo Pierino Campelli, un classe ’93 (del 19° secolo!), che, nonostante la sua giovanissima età, inventò un nuovo stile di parata: la presa a terra. I portieri erano infatti abituati a respingere il pallone in area o calciarlo con violenza il più possibile lontano dalla propria zona di competenza, mentre Piero Campelli bloccava con sicurezza il pallone e, con le mani, lo rilanciava con precisione ai compagni, in modo da far ripartire l’azione. Umberto Meazza, il fondatore della Associazione Italiana Arbitri (ed arbitro proprio della famosa partita-scudetto fra Inter e Pro Vercelli), lo ricordò come un innovatore: “usciva dall’area e proteggeva con il corpo la ball in modo spettacoloso come nessuno prima di allora”. Difese la porta dell’Inter come titolare per quasi vent’anni: dal 1909 al 1926, anno del suo ritiro. E così, fra i ricordi degli insuperabili Zenga, Pagliuca e Julio Cesar, ogni portiere titolare dell’Inter porta inconsapevolmente con sé anche il fantasma di un ragazzino dal nome perduto nel tempo, che oggi forse sarebbe stato considerato un giovane talento: Piero Campelli, l’inventore della parata moderna.
Federico Norberto Quagliuolo

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Categorie:Storie

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