Atto VI – Figli di Manchester

Immaginate due fratelli: uno nato nel 1878 e l’altro nel 1880. Al primo la madre Manchester, dopo un periodo di ripensamenti, ha dato il nome “United”, al secondo “City”. Il primogenito, conosciuto da quel momento come Manchester United, è stato da sempre il prediletto della genitrice, l’ha rivestito di onori e di gloria e al ventiduesimo anno di vita gli ha donato una casa tra le più belle e affascinanti al mondo. Dentro questa residenza egli ha alzato la grandiosità di 62 trofei, tra i quali venti titoli d’Inghilterra e tre coppe dei campioni favorendo l’immenso seguito di genti che l’hanno amato e l’ameranno nel rincorrersi delle generazioni. Verso il secondo figlio, noto come Manchester City, la madre è stata sempre molto severa e a tratti indifferente, come quella volta in cui nel 1968 vinse il secondo campionato della sua storia proprio ai danni del fratello maggiore, il quale qualche giorno dopo avrebbe vinto la coppa dei campioni come prima squadra nella storia inglese: il trionfo epocale del primogenito aveva così completamente oscurato in una nube di odio e invidia la gioia del fratellino. Andava bene essere secondo, ma non eternamente. Per quasi cent’anni i tifosi del City si sono trovati sul versante del fronte dei perdenti, di quelli che vogliono affrontare di petto il trauma dell’insignificanza esistenziale della vita nel tentativo di tirarne fuori qualcosa come direbbe il tifoso del City Paul Morley, e di quelli che solo nell’autoironia dello sconfitta possono trovare un luogo di divertimento, come riporta l’acuto Colin Schindler nel suo libro “La mia vita rovinata dal Manchester United”. Tutto questo fino al tramonto del ‘900, poi il cambiamento. Dopo 120 anni di eterna sconfitta, il fratellino ha deciso di stravolgere la sua natura pur di conquistare ciò che fino a quel momento era appartenuto solo allo United: la gloria di essere primi.

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Metamorfosi
Il passo iniziale è stato il cambio di stemma: lo storico vessillo azzurro e circolare con al centro una nave simbolo del canale di Manchester è stato sostituito nel 1997 dalla maestosità dell’aquila dorata che fa da cornice all’azzurro scudo sotto il quale rifulge la scritta “Superbia in proelio”. Il secondo passo è stato cambiare casa, lo stadio Maine Road, che dal dal 1923 ospitava le partite del City in un’atmosfera arroventata dagli 80 mila posti di capienza massima quando ancora in Inghilterra si poteva assistere alla partita in piedi. Da quando il rapporto Taylor ha ordinato a tutti i tifosi inglesi di sedersi durante le partite, la capacità del Maine Road si è ridotta drasticamente e solo a seguito di numerosi interventi di espansione ha raggiunto quota 45 mila posti, giudicati insufficienti ad accogliere la passione City. Nel 2002 venne portato alla luce un nuovo impianto, il City of Manchester Stadium, costruito per i giochi del Commonwealth di quello stesso anno e che sarebbe diventata la futura nuova dimora del popolo celeste. Nel 2004 il Maine Road, la casa spirituale del City, è stato demolito e con lui alcune pagine di storia sono state strappate al vento. Infine, per ultimare la metamorfosi, era necessario il terzo passo, quello decisivo: trovare chi potesse investire nel club per portare al City giocatori che non sarebbero mai stati attratti dal fascino della sola casacca celeste. Nel 2007 la società di investimenti del potente politico thailandese Thaksin Shinawatra comprò la quota di maggioranza del club, ma già nel 2008 gli scandali politici in cui fu conivolto lo costrinsero a cedere la società al principe emirato Mansur, simbolo del nuovo strapotere economico che anima e affligge il calcio, ma il secondo aspetto certo non tocca l’uomore del popolo del City, che da quel momento ha visto cambiare la propria sorte. Il nome del nuovo vento che tira è racchiuso in una data: 13 maggio 2012. Il City vince l’ultima partita al 92° minuto contro i Queens Park Rangers e agguanta lo United a quota 89 punti, ma avendo segnato 8 goals in più rispetto al fratellone, il City vince il campionato. Il cerchio della rivoluzione si è chiuso, e rispondendo con la conquista del camipionato nel 2014 a quella dello United nel 2013, il fratellino ha assaporato cosa vuol dire essere il figlio più forte dei due. Guardando alla storia, il City non può che riconoscere il suo ruolo secondario nel panorama di Manchester, ma allo stesso tempo potrà gridare “Sono il secondo, ma non eternamente”.
Matteo Fortuzzi

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