La vendetta di Kilpin

Nella storia delle squadre sportive più antiche d’Italia il vero protagonista è il mare: nel tardo ‘800, infatti, marinai, nobili e borghesi provenienti dalla potentissima Inghilterra esportarono le loro abitudini in tutte le città d’Italia, creando numerosi club sportivi storici come il Genoa. Eppure, proprio del mare non c’è traccia nella città più titolata d’Italia: cosa riuscì, quindi, ad unire gli sportivi del secolo passato per dare i natali a Milan ed Inter? Paradossalmente, fu proprio Torino a dare i natali alle squadre che, nel futuro, sarebbero state le sue peggiori rivali.
Questione di Trotter
Il “Trotter” di Milano era un vecchio campo utilizzato -proprio come suggerisce il nome- per l’equitazione, si trovava al di fuori del centro della città ed era il posto perfetto per praticare sport. A dispetto delle città di mare come Genova, infatti, Milano non aveva quel continuo flusso di navi e marinai, che fu il motore delle prime squadre Italiane. Nonostante questo, però, già negli anni 90 dell’800 si riunivano spesso giocatori inglesi ed italiani per organizzare improvvisate partite di pallone nei parchi cittadini: il calcio era nell’aria e, da più parti, si auspicava per Milano la nascita di un torneo cittadino, così come era accaduto pochi anni prima per Torino e Genova, che contavano già 6 squadre nel 1896. Milano, però, salvo incontri sporadici al Trotter, sembrava poco interessata alla creazione di squadre fisse sportive, finché non avvenne, nel 1899, un provvidenziale incontro fra sportivi inglesi ed italiani in un bar della città: di lì a poco sarebbe nata la prima squadra calcistica cittadina.
L’inglese venuto da Torino
Il “capo” del gruppo inglese era un tale Herbert Kilpin, un vecchio britannico con il pallino per l’Italia e l’alcolismo: si racconta che in Inghilterra, da grande ammiratore di Garibaldi, fondò a soli 13 anni un club chiamato “Garibaldi Nottingham”, che giocava con le divise rosse per emulare i colori dei Mille. A vent’anni si trasferì a Torino per cercar fortuna e, nell’Italia di Re Umberto, trovò lavoro in una modesta industria tessile gestita da un tal Edoardo Bosio, lo stesso che, appena due anni dopo, fondò la Internazionale Torino. Dopo un breve rodaggio dei giocatori, tutti umili operai dell’industria di Bosio, si decise di giocare la prima partita che avrebbe segnato il primo campionato italiano: un Genoa-Internazionale Torino, la sfida che avrebbe assegnato, in una sola partita durata più di tre ore, il primo scudetto d’Italia. I dettagli, la cronaca e la storia di quella partita si perdono nella leggenda: si sa solo che il Genoa vinse tutte le sfide scudetto contro la compagine torinese di Kilpin, spesso umiliando i calciatori avversari con prestazioni migliori, dettate dall’atletismo maggiore della squadra genovese. Di lì, Kilpin meditò vendetta: trasferitosi per lavoro a Milano, cominciò anche lui a frequentare l’American Bar, luogo allora famoso per essere ritrovo di inglesi ed appassionati di sport. Di lì, radunò un numero sempre maggiore di volti amici, tenne discorsi lunghi ed appassionanti sullo sport vissuto da un viaggiatore, spiegò tattiche e tecniche quasi come se fosse stato un esperto manager, il capo di un Fight Club che, di lì a poco, avrebbe preso la sua rivincita contro l’invincibile avversaria genovese. Radunato un numero adeguato di compagni fedeli, finalmente, la neonata Gazzetta dello Sport annunciò con toni trionfali la nascita della prima squadra di Milano, il 15 dicembre 1899: il presidente sarebbe stato tale Edwards, console britannico a Milano, ed il capitano era Kilpin, il massiccio difensore inglese.
Tremenda vendetta
I nostri colori saranno rossi come il fuoco e neri come il terrore che incuteremo agli avversari”: Kilpin, da esperto arringatore, riuscì ad accendere gli animi dei suoi compagni di squadra con questa frase, consegnando loro le prime camicie rosse e nere della squadra, recapitate direttamente dall’Inghilterra (si dice, però, che il colore rossonero sia stato scelto proprio dallo stesso Kilpin perché era tifoso di un qualche club inglese che giocava con tali colori. Altri credono che la maglia abbia ripreso i temi della maglia rossa dei Garibaldi Nottingham e la maglia bianconera dell’Internazionale Torino). La prima stagione fu disastrosa: nel 1900 il campionato si chiuse con uno 0-3 netto subito allo “Stadio Trotter” proprio dal Genoa, squadra considerata allora invincibile. Più che partita a calcio, sembrava quasi uno spettacolo teatrale: i giocatori genovesi giocavano con baffoni e camicie, il pubblico superò la cifra record di 500 spettatori e, per l’entusiasmo, spesso gli spettatori si gettavano in campo per aiutare questa o quell’altra squadra.
Raccontano le cronache dell’epoca che probabilmente la partita si concluse con almeno venti “intrusi” in campo. Kilpin non si arrese: aizzò gli inglesi del suo Milan, li caricò e li allenò per l’anno seguente, memore delle antiche e nuove sconfitte: da vero capitano della squadra, si trasformò anche nel primo allenatore del Milan, scambiandosi fra i ruoli. L’anno seguente arrivò la vendetta: il Milan vinse contro la Juventus 2-3 con un gol nel finale di Kilpin e, nella finalissima di campionato, suonò un perentorio 3-0 contro gli avversari del Genoa: lo scudetto del 1901 fu il primo della storia dei rossoneri e di altre tre vittorie consecutive sulla squadra genovese. Di lì, ci fu una costante crescita della squadra rossonera, che, dagli anni ’50 in poi, diventò il vertice del calcio italiano per anni. La carriera del condottiero inglese, invece, finì nel 1907 e, dopo il suo ritiro, visse in povertà e nell’alcol: la vendetta contro il Genoa era stata consumata e lo sportivo morì quarantacinquenne nel 1915, preda di una vita dissoluta e solitaria.
Federico Norberto Quagliuolo

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Categorie:Storie

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