Quando Firenze inventò il gioco del calcio

Anno 1530, 17 febbraio, Piazza Santa Croce, Firenze è assediata dalle truppe di Carlo V ed è ridotta alla fame: nel cuore della città, si radunano 56 uomini in un campo rettangolare fatto di erba mista a terra battuta, attendendo il via per dare il primo calcio ad un pallone sul cerchio di centrocampo. No, non c’è nessuna fantasia: il gioco del calcio moderno ha un padre fiorentino. Dopo il suono di una tromba ed il via dell’arbitro, c’è il primo calcio al pallone e, di lì, comincia la sferomachia: una vera e propria battaglia per ottenere il possesso della palla, superare le difese avversarie e, con azioni funamboliche, gettare la sfera nella rete avversaria. Ogni mezzo è concesso per ottenere il proprio fine: piedi, testa, braccia e, ovviamente, anche le mani. Un gioco che unisce la violenza del rugby e della lotta greco-romana ai movimenti rapidi, tattici ed eleganti del calcio.
Il primo pallone
Quali siano le origini del calcio, è un mistero irrisolto: sin dalla notte dei tempi, infatti, gli uomini hanno amato giocare a pallone. Già nell’antica Grecia, numerosissime testimonianze permettono di ricostruire i vaghi lineamenti di antichi giochi con il pallone, lontanissimi dall’essere riconducibili al calcio: uno su tutti era l’Episkyros, un gioco di pallone che richiedeva due squadre da 12 giocatori
Si trattava per lo più di palleggi con le mani riconducibili agli antenati della pallavolo: i piedi, infatti, erano ben difficili da coordinare per ottenere dei risultati apprezzabili nei calci. I Romani, degni emuli dell’antica magnificenza dei Greci, importarono anche il pallone fra le strade della Città Eterna: Svetonio racconta che addirittura l’imperatore Augusto, grande amante del pallone, si sia dato anche lui allo sport per lunghi periodi della sua vita, abbandonando l’addestramento militare. Fra i legionari, invece, era amatissimo l’Harpastum, un gioco che consisteva in una lotta feroce per strappare il pallone all’avversario: furono proprio i soldati di Roma a diffondere il pallone in tutta Europa.
Un gioco violento
I giochi di matrice violenta sono per lo più figli dell’epoca latina, in cui le dimostrazioni di forza e vigore del corpo assumevano un ruolo addirittura sacro nell’immaginario collettivo: il Medioevo cambiò nome a questi giochi, ma li mantenne intatti nelle loro regole. Fu proprio nel XV secolo che apparì per la prima volta il termine “giuoco del calcio”, associato ad una pratica sportiva molto amata fra i nobili della città baciata dalla cultura rinascimentale: Firenze. Molto probabilmente, però, il gioco era praticato in città già da oltre 1000 anni. A differenza del calcio inglese che nacque come sport povero, quello fiorentino era invece una moda per le sole casate nobiliari: in ogni angolo della città, infatti, si affrontavano calcianti dalle età più varie. Lo sport era praticato da giocatori che andavano dai 18 ai 40 anni. In età più avanzate era quasi impossibile giocare per evidenti limiti fisici degli sportivi più adulti, data la violenza dei contrasti: ancora adesso, lungo molte strade dell’antica Firenze, sopravvivono targhe cinquecentesche in cui si fa esplicito cenno di non giocare “al giuoco del calcio”. Il fenomeno, però, era inarrestabile e contagioso: le partite erano giocate con schemi, tattiche e regolamenti precisi, tanto da portare il nobile Giovanni de’ Bardi a scrivere nel 1580 il primo, vero, regolamento sportivo della storia, chiamato “Regole del giuoco del calcio”. Durante i tornei, i 27 giocatori si davano battaglia quasi come in uno scontro gladiatorio, senza esclusione di colpi: come in un immenso fight club, le partite si concludevano spesso in risse incontrollate, con urla e, nei casi peggiori, con morti e feriti gravi. La situazione fu così grave da spingere i governatori della città a regolamentare il gioco, aggiungendo al figura dell’arbitro alla partita e nominandolo “gioco cittadino”, in modo tale da organizzare tornei più controllati, seguendo il regolamento: ogni città adottava la sua versione “personalizzata” di regole, ad esempio a Prato si doveva giocare a calcio solo con i piedi, proprio come in una partita moderna (molto più violenta!). Fu così che, per 200 anni, il calcio fiorentino prosperò come sport amatissimo fra gli italiani, per poi scomparire improvvisamente e misteriosamente dalle cronache alla fine del ‘700.
Da Firenze a Sheffield
Erano anni in cui l’Inghilterra importava le mode dall’Italia e non viceversa: il calcio fiorentino, infatti, era giocato anche a Londra e dintorni con il nome di “Large Football”: era così violento che spesso le partite si concludevano in spargimenti di sangue: Re Enrico V, preoccupato per le conseguenze sociali del gioco, fu addirittura costretto a bandirlo per 300 anni, dal 1388 al 1617, anno in cui fu riabilitato da Giacomo Stuart, introducendo di nuovo il football nei college londinesi del secolo. Furono poi proprio i college ad essere promotori di quella che, nell’800, diventò la rivoluzione dello sport: dopo secoli in cui il calcio sembrava una via di mezzo fra rugby e football, il primo vero regolamento calcistico moderno (che escluse ufficialmente l’uso delle mani nel gioco) fu steso a Sheffield nel 1858, ben due secoli dopo le regole di Giovanni de’ Bardi. Dal 1930 ad oggi, invece, a Firenze si celebrano ogni anno rievocazioni del calcio fiorentino in costumi cinquecenteschi: è infatti realizzato un torneo fra gli antichi quartieri della città che termina in una finale giocata d’estate nell’antica Piazza Santa Croce, più volte non conclusasi proprio per colpa di enormi risse fra i calciatori.
Federico Norberto Quagliuolo

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