Atto III – We’re Liverpool

Il rapporto tra i tifosi europei e il calcio scorre principalmente su tre binari: il primo ospita la marcia di chi segue la propria squadra con un distaccato entusiasmo, per mancanza di forte interesse o per non entrare completamente in sintonia con uno sport giudicato eccessivamente nazionalpopolare e corrotto. Sul secondo si muovono quelli contraddistini da un sano entusiasmo: è il caso dei vari Sacchi, per cui:<<… il calcio è la cosa più importante delle meno importanti…>>. Il terzo binario invece ospita la corsa di coloro per cui questo sport è gioia e tristezza, come un pendolo che nel suo moto oscillante tocca gli estremi di un ottimo o di un pessimo umore. Tuttavia il fenomeno calcio negli anni sessanta ha visto del vapore alzarsi da un convoglio che filava imperioso su un quarto binario, fino ad allora mai percorso: su quel treno vi era Bill Shankly.
“Liverpool was made for me and I was made for Liverpool”
Le moltissime bombe sganciate dalla Luftwaffe durante la seconda guerra mondiale misero in ginocchio Liverpool e i suoi abitanti, resi tutti uguali senza distinzione di classe davanti alla minaccia della morte proveniente dal cielo; i figli di Liverpool hanno da sempre ricevuto fortune diverse, misere per coloro nati nei pressi del porto e brillanti per gli altri, e proprio questa estrema vicinanza tra i super-ricchi e i poveri ha cresciuto il fenomeno della criminalità, in un tentativo di ridistribuire la ricchezza passando per l’illecito. Duranta l’ottocento la popolazione crebbe vertiginosamente e i problemi endogeni furono ulteriormente aggravati a seguito della guerra di secessione americana: gli arrivi di cotone diminuirono drasticamente e molti abitanti di Liverpool si trovarono senza lavoro, individuando una risposta scomoda nell’alcool che in breve tempo riempì giornate e stomaci di migliaia di vite.
Sicuramente Liverpool non avrebbe mai immaginato cosa il destino aveva pensato per lei negli anni sessanta: la beatlemania, fenomeno storico che si presenta da solo, e il nostro uomo del quarto binario, Bill Shankly, scozzese dai lineamenti duri come il suo carattere, proietterarono la città al centro del mondo musicale e del fenomeno calcistico. Nel 1959 Bill Shankly firmò per i Reds con un solo obiettivo: far rialzare la testa a un club che nei cinque anni precedenti aveva raggiunto il punto più basso della sua storia a seguito della retrocessione in seconda divisione dopo 61 anni. Shanks, così ribattezzato dai suoi tifosi, era un rivoluzionario, destinato a divenire un capo popolo. Stilò da subito una lista di 24 giocatori che non rientravano nei suoi piani: questi nel giro di un anno lasciarono Anfield. Nella stagione 1961-1962 il Liverpool tornò in prima divisione e iniziò ad imporre la sua legge in Inghilterra, vincendo sotto il regime di Shanks per tre volte il campionato, per due volte la FA cup e per quattro volte la Charity Shield. La legge del Liverpool in Europa dovette scontrarsi prima in semifinale contro la grande Inter di Herrera e poi in finale nel 1966 contro il Borussia Dortmund; la vittoria della della Coppa Uefa nel 1973, un anno prima del ritiro di Bill, aprì la strada ai gloriosi trionfi europei degli anni a venire.

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Life is football
Poche persone hanno un’aneddotica ricca come il rivoluzionario Shanks, un uomo in grado di dire che il calcio non è solo una questione di vita o di morte: è molto di più. La sua grande fede nel culto della vittoria lo portava a dire che il primo è primo, il secondo è niente, e pochi come lui vedevano il calcio nella sua “terribile” semplicità, come una questione di fare e ricevere un passaggio facendosi trovare nella posizione giusta. Celebre il suo discorso sulla “trinità” calcistica, articolata nei giocatori, nel coach e nei tifosi, mentre i dirigenti devono solo firmare gli assegni. Memorabile anche l’aneddoto che racconta quando in seguito ad una vittoria in campionato un agente gettò a bordo campo una sciarpa lanciata dalle tribune. Vista la scena Shanks si avvicinò all’agente e gli disse «…non farlo, per te è solo una sciarpa, per un ragazzo rappresenta la vita…», e si legò la sciarpa al collo.
Bill entrò nel cuore del popolo di Liverpool, e oggi una sua statua è lì davanti ad Anfield a ricordare ai tifosi chi dedicò la sua esistenza a quella casacca. Nella sua autobiografia Bill vuole essere ricordato come un uomo che mai fu egoista, che lottò affinchè gli altri potessero condividere la gloria, e che costruì una famiglia di persone che potessero alzare la testa al cielo e dire “We’re Liverpool“.
A Shanks è stato dedicato anche uno dei gates di ingresso di Anfield, celebre per la scritta “You’ll never walk alone” che domina la parte superiore delle inferriate nere: il cancello si apre e ci inoltriamo così nella leggendaria arena, protagonista del prossimo capitolo Reds.
Matteo Fortuzzi

Acer Image
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Categorie:Storie

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