La serie A, il campionato più indebitato

Nel precedente articolo abbiamo analizzato il funzionamento delle nuove regole del fair play finanziario, con le conseguenti sanzioni in caso di mancato rispetto delle stesse. Eppure, quale è stato l’effetto di queste nuove direttive sul campionato italiano di Serie A? A distanza di tre anni dall’effettiva introduzione del FPF, si possono già tirare le prime somme, che sono oltremodo inquietanti. I club di serie A, infatti, sono stati costretti ad adeguarsi ai criteri del fair play, con risultati disastrosi, analizzati proprio l’anno scorso dalla Gazzetta dello Sport. Eccezion fatta per il Napoli, infatti, tutte le squadre di Serie A hanno conti in profondo rosso. Eppure il calcio italiano all’apparenza non sembra essere in crisi: il fatturato continua a salire dell’8% ogni anno (nel 2013 era di 1772 milioni), ma i costi aumentano di pari passo, rendendo incolmabile il gap che separa i guadagni dai debiti (ben 2365 milioni di euro!).
La flebo dei Diritti TV
Altra nota interessante emersa dallo studio è che il 66% dei costi del campionato è dato dagli stipendi dei calciatori, lievitati in modo incontrollato per provare a trattenere i migliori talenti in rosa, convincendoli a resistere alle offerte milionarie di sceicchi, petrolieri e paperoni del calcio. Ci sono infatti due modi per affrontare la crisi: o trasformarsi in abilissimi venditori e trovare il giusto investimento, per rivendere con forti plusvalenze (un po’ come Cavani con il Napoli o Sanchez con l’Udinese), oppure tentare la strada dell’indebitamento con le banche, colmando la restante parte dei debiti grazie a dei dubbi criteri di ripartizione dei 980 milioni di diritti tv della serie A (fra cui l’assegnazione di parte dei soldi alla squadra che ha ottenuto migliori risultati sportivi dal 1945 ad oggi). L’altra salvezza delle squadre sta anche nelle continue ricapitalizzazioni e nelle emissioni frequenti di prestiti obbligazionari che, prima o poi, dovranno essere pagati in qualche modo.
Il fair play finanziario e la serie A
La UEFA sta quindi alla finestra: l’attività di sanatoria dei debiti delle squadre di serie A è molto, troppo lenta. La logica del fair play finanziario, infatti, è quella di dover valorizzare la capacità delle squadre di produrre ricchezza al fine di evitare sconvolgimenti finanziari, come è accaduto in Italia con Lazio, Parma, Roma ed Inter, solo per citarne alcune. L’intento è far vincere chi è più bravo a trovare fonti di guadagno, non chi chiede più prestiti a qualche banca. Ad oggi, infatti, l’unica squadra di Serie A teoricamente perfettamente idonea ad iscriversi al campionato 2015\2016 è il Napoli, dato che rispetta tutti i parametri economici identificati dalla FIGC. Lo stesso Napoli è però ben lontano dall’essere una realtà “sana”: assenza di stadio di proprietà, di una rete di marketing e di infrastrutture moderne e turistiche limitano terribilmente l’autosufficienza economica della squadra partenopea che, come tutte le altre, si trova a vivere di partecipazioni in Champions e di introiti televisivi. La Juventus, invece, si trova a risalire la china: dopo numerosi investimenti per ottenere una struttura economica moderna, deve ripianare i debiti contratti, prima di cominciare ad ottenere un’autonomia economica. Nel frattempo, Inter e Roma sono già state sanzionate dalla UEFA proprio per la loro disastrosa situazione bancaria. E non è un caso che prima la Roma e poi l’Inter siano state in passato cedute ad imprenditori stranieri dopo situazioni di profonda crisi economica, dovute a spese insostenibili per le casse della squadra.
Un dramma senza apparente via d’uscita
Una continua vendita per guadagnare anche un solo centesimo, un continuo provare a rattoppare le falle di un bilancio che rispecchia lo status di profondissima crisi del calcio italiano e, sotto tanti punti di vista, dell’Italia intera: una totale mancanza di idee ed una incapacità di individuare nuove fonti di guadagno, che si limita ad una semplice, continua speculazione sulle uniche certezze economiche rimaste: i diritti televisivi. Anziché tutelare l’immagine del sistema calcio italiano ragionando da manager aziendali, il grande dramma della serie A è proprio l’incapacità dei suoi dirigenti di adeguarsi ad un mercato moderno, non riuscendo con le loro figure a regalare un “appeal” di pulizia e serietà del campionato, cosa che invece la Premier League ottiene con gran disinvoltura, grazie ad una gestione che guarda con estrema attenzione alla vendibilità del prodotto.
Federico Norberto Quagliuolo

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