Quando tutto ebbe inizio

Prima di cominciare la nostra serie di articoli che affronteranno le problematiche del fair play finanziario, analizzeremo le origini storiche del calciomercato moderno che, probabilmente ,si trovano proprio nella sentenza Bosman.
Di che si tratta?
Bisogna tornare nel 1990 per scoprirlo. In quell’anno, infatti, finì il contratto di un giocatore che, probabilmente, non sarebbe mai passato agli onori della storia, se non fosse stato al centro di questa vicenda giudiziaria. Jean-Marc Bosman, un centrocampista olandese di 27 anni che, alla scadenza del suo contratto con il Liegi, decise di accordarsi con una nuova squadra, il Dunkerque, società di bassa lega francese che gli prometteva uno stipendio più lauto ed una mezza speranza di poter esordire in un campionato di maggior prestigio. Il calciomercato, però, all’epoca seguiva leggi ben diverse da quelle attuali: erano infatti prima i club a doversi accordare economicamente sulla cessione delle prestazioni sportive e successivamente si passava alla trattativa con il calciatore.
L’atleta, vera e propria merce di scambio
Oggetto della cessione fra squadre era la prestazione del giocatore, non l’uomo in quanto lavoratore. E l’ex squadra diede il suo veto sul trasferimento in Francia. Per questa ragione, Bosman, decise di portare il caso in tribunale: alla scadenza del contratto, a suo dire, il calciatore, così come qualunque altro lavoratore, doveva poter decidere dove andare. Durante i cinque lunghi anni di processo, Bosman giocò in alcune leghe di dilettanti, addirittura arrivando a passare un anno nell’Isola di Reunion, nell’Oceano Indiano. A suo dire, alla Gazzetta dello Sport, lo stipendio massimo percepito fu di circa 650 sterline al mese, dato che tutte le squadre che lo ingaggiavano erano perfettamente coscienti del fatto che “si trattava di un patrimonio a rischio” e nessuno volle fare un investimento a perdere. Arrivò il giorno della sentenza: 15 dicembre 1995. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si pronunciò in favore di Bosman, accordando un risarcimento di 200mila sterline che si andarono ad aggiungere a circa un milione di sterline di condanna per l’ex squadra di Bosman, per il danno procurato. La cosa più importante di questa sentenza, però, fu il principio di diritto in essa contenuto: “i lavoratori devono poter circolare liberamente nell’Unione Europea alla scadenza del loro contratto”, sancendo la piena libertà di intavolare trattative con chiunque per il proprio futuro. Proprio questa fu la ragione che spinse la corte a decidere in favore del calciatore, che non era solo un atleta, ma un lavoratore a tutti gli effetti e, come tale, poteva stabilire accordi economici in tutti i paesi dell’Unione. Questa storica sentenza sconfessò la UEFA e numerose leghe professionistiche nazionali, che invece avevano rigidissime regole sui trasferimenti all’estero di giocatori nazionali: fu necessario riscrivere sessant’anni di giurisprudenza.
E Bosman?
Non ebbe una bella fine. Anzi, la sentenza lo vide vincitore solo morale e, probabilmente, se molti calciatori guadagnano fior di milioni, lo devono proprio a lui ed al meccanismo che, involontariamente, azionò venti anni fa. Bosman infatti fu ostracizzato da tutti i club sportivi del Belgio: nessuno volle prendersi l’onere di ospitare un professionista così problematico che aveva appena dato la possibilità a tutti i tesserati di fuggire in club più “generosi” economicamente, costringendo ad una guerra al rialzo per gli stipendi sui contratti.
Svuotati i conti in banca per pagare le spese legali e gli avvocati, allora, Bosman continuò a giocare ed oggi, a 51 anni appena compiuti, si trova a vivere nella casa dei genitori con alle spalle una serie di problemi dovuti ai demoni dell’alcolismo e depressione (fonte Gazzetta dello Sport).
Federico Norberto Quagliuolo

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