Viaggio nel mondo del fair play finanziario

Rigore è una parola che ormai fa trend in Europa da diversi anni e non c’entra nulla con il fallo nell’area del portiere. Introdotta in Italia con l’arrivo di Monti al governo, nel 2012 è stata applicata anche ad un mondo che di rigore ne ha sempre ben conosciuto poco: il calcio.
Lussi sfrenati dei calciatori, spese folli, indebitamenti dalle dimensioni così grosse da essere equivalenti a quelli di piccoli stati africani: tre anni fa la UEFA ha detto stop, introducendo il meccanismo del fair play finanziario, che dovrebbe, nella dichiarazione di intenti, imporre alle squadre un tetto massimo di indebitamento, per consentire la possibilità di investire sempre più nei settori giovanili, “sgonfiando” i costi del sistema calcio, esplosi in modo incontrollato con l’arrivo delle televisioni prima e dei fondi stranieri adesso. Insomma, bisogna partire da un presupposto: il calcio non è uno sport, ma una impresa.
La realtà delle big europee è ben diversa dalle aspettative
Chelsea, Manchester City e PSG, seguiti a ruota da Barcellona e Real Madrid; il debito complessivo di queste squadre supera i 4 miliardi di euro, praticamente quello che l’Italia ha guadagnato con la reintroduzione dell’IMU. Eppure, nonostante il fair play finanziario, i debiti di queste squadre continuano ad aumentare assieme ai fatturati. Se, da un lato, infatti, petrolieri e sceicchi hanno avuto bisogno di effettuare titanici versamenti di danaro per portare delle squadre secondarie sul tetto d’Europa, le squadre spagnole contano su fatturati stratosferici da anni: il Barcellona incassa 450 milioni di euro ogni anno che non fanno pensare all’insolvenza, il Real Madrid, nonostante sia stato additato come “modello negativo” di gestione finanziaria, è la squadra più ricca al mondo. Insomma, i creditori non hanno paura di crolli. In Italia la Juventus è l’unica big che ancora possa considerarsi tale, mentre Inter e Milan affogano nei milioni di debiti e la Roma anche continua ad accumulare fatturati negativi; il Napoli è l’unica squadra di fascia alta che ha una gestione virtuosa e non ha mai chiesto prestiti a banche.
Non solo grandi numeri
“Lo scudetto si vince con le piccole” è una frase che qualunque sportivo italiano conosce. Non si sa chi l’abbia pronunciata, ma è un dogma, una verità. Come nel campionato, così nel fisco: se il Clàsico spagnolo nessuno lo eliminerà mai, è il campionato di Liga a rischiare di trasformarsi in una gigantesca Serie B con squadre mediocri e sull’orlo della bancarotta. La vicenda del Malaga è la prima avvisaglia. Nei campionati inferiori, invece, la situazione è disastrosa: in Italia tutte le società di B sono indebitate fino al collo, mentre la Lega Pro già conta numerose defezioni per fallimento. In questi casi, in realtà, il fair play finanziario ha ben poco da applicare: non ci sono sanzioni per questo tipo di comportamenti, che, invece, costituiscono una buona metà dei debiti contratti dal sistema calcio.
Debiti, debiti, ma con chi?
Principio base del diritto: se c’è un debitore, c’è anche un creditore. E difficilmente il creditore sarà felice nel vedere le proprie pretese non soddisfatte: basta prendere ad esempio il caso del Parma, salvato dalla Lega per onorare gli accordi con le pay tv, attualmente l’unica fonte di guadagno della Serie A. Dall’altro lato, poi, i casi Fiorentina, Napoli e Lazio: le prime due fallite per debiti, l’altra salvata dalla mano dello Stato.
Federico Norberto Quagliuolo

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