L’esportazione del calcio

Ci sono moltissime persone che giocano per le strade – è chiaro, c’è una genuina passione per il calcio – ma le infrastrutture hanno bisogno di un aiuto. E’ per questo che siamo qui, per insegnare ai bambini gli aspetti tecnici e mentali, per avere successo un giorno.” Con queste parole Fredrik Ljungberg, ex giocatore svedese e prolifico centrocampista dell’ Arsenal, ha descritto quella che è la situazione calcistica dell’India ai giorni nostri. La sua storia nella Hero Indian Super league non ha avuto però grande fortuna: dopo sole quattro partite giocate, ha rimediato un infortunio che l’ha convinto di tornare a Londra, dopo la rescissione del contratto con i Mumbai City. Il biondo svedese è stato uno dei non pochi professionisti del calcio occidentale che hanno deciso di provare l’avventura indiana, in una porzione di mondo dove si sta cercando di risvegliare un “gigante addormentato“, espressione utilizzata da Blatter in merito al calcio indiano. Si sa, il popolo indiano ha coltivato su ordine della corona britannica uno spirito inglese, e quindi non può che essere il cricket il primo sport nazionale, per il quale gli indiani vanno letteralmente pazzi. Come affermato nel precedente articolo di questo viaggio nel cuore dell’Asia, l’esperimento della Hero Indian Super League sta riuscendo: sono stati ben 429 milioni gli abitanti dell’India che si sono incollati al televisore per vedere Del Piero & Co. divertirsi con il pallone tra i piedi. Secondo gli organizzatori, ben il 57% dei telespettatori sono stati donne e bambini, dato che ha del curioso senza dubbio.
Export
Il percorso indiano rientra in un processo più grande di scala mondiale. Il sistema del calcio è un giocattolo che se oliato bene può arricchire i molti addetti ai lavori e, soprattutto, diverte. Nella seconda metà del secolo scorso è iniziato una grande operazione di esportazione del prodotto calcio, figlio d’Europa e dell’America Latina, ma ormai abbastanza adulto da affermarsi in nuovi continenti. Tra gli anni ’70 e 90′ l’esportazione ha riguardato gli Stati Uniti e Canada, con la conseguente nascita nel 1993 del Major Super League. La similitudine con l’esperimento indiano è chiara: i grandi giocatori d’Europa, al termine della loro carriera professionistica, si recano nel Nord America, così come in India, per firmare contratti garanti di ottimi stipendi e per attirare l’attenzione delle masse intorno a loro. Si pensi ai vari Beckham, Henry, Nesta per il caso americano.
L’operazione in seguito ha riguardato Cina, Giappone, Australia, con risultati sempre più incoraggianti.
Nel panorama americano diventa un’impresa titanica per il calcio ritagliarsi una posizione di spicco, visto che gli sport che deve fronteggiare sono il basket, il football delle yards e il baseball: non c’è praticamente storia. Certamente diversa è la situazione in India, dove il nemico da battere si chiama cricket. Il sentiero è lungo e tortuoso, ma i segnali primordiali sono incoraggianti.
Uno degli obiettivi conclamati è far nascere in India un talento che riesca a varcare i cancelli del calcio europeo. Gli Usa hanno prodotto Bradley e Dempsey, l’Australia ha esportato non pochi calciatori, il Giappone può vantare Kagawa, Honda e Nagatomo. Persino la Corea del Sud si è coccolata Park Ji Sung, centrocampista di fiato apprezzato da Sir Alex Ferguson.
Quando l’India porterà alla luce del sole europeo il suo primo campioncino, questi diverrà un idolo tra le sue genti, quasi un Dio, da aggiungere all’ampio ventaglio delle divinità indiane. Un po’ come l’altissimo ex cestista cinese Yao Ming che, fatto il suo ingresso nell’NBA, è diventato un vero e proprio rappresentante di popolo.
Matteo Fortuzzi

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