La scintilla indiana

…Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo…“. Con queste parole Rabindranath Tabore, nobel per la letteratura nel 1913, descriveva la bellezza ineffabile espressa dal Taj Mahal, il maestoso mausoleo di marmo bianco situato ad Agra, nell’India Settentrionale. In quella frase il poeta e filosofo indiano voleva dipingere il contatto tra materia e spiritualità che in India trova uno dei luoghi dove esso si manifesta in maniera più luminosa; in Occidente si sta dimenticando quella duplicità di dimensioni, siamo troppo presi dall’immanente, dai fatti e dal quotidiano mentre abbiamo perso la capacità di svincolarci dal tempo, per entrare nella dimensione più alta, dove vigono l’atemporalità e l’immensità. Per questo motivo non pochi occidentali qualche anno fa si sono recati in quelle terre, vuoi per moda, per semplice curiosità, o per un vero bisogno di spiritualità.
Passioni indiane
Dal XVII al XX secolo l’India è stata la “perla” più preziosa della corona d’Inghilterra: gli inglesi hanno cercato di organizzare la vita indiana secondo gli usi e costumi contrassegnati dalla Union Jack. Nel vagone di questi usi, c’era anche lo sport, più precisamente, cricket e calcio. Oggi lo sport più seguito ed amato dagli indiani è il cricket, che sul Network Star Tv può contare su 123 milioni di spettatori. Per quanto riguarda il calcio, il vertice massimo della sua parabola si ebbe nel 1950, quando la nazionale indiana si apprestava a partecipare al mondiale in Brasile, dove tuttavia non si sarebbe mai recata. Ci sono diverse teorie su questo misterioso ritiro: alcuni affermano che al cospetto dell’ordinanza di giocare con gli scarpini, molti dei giocatori indiani si rifiutarono di partecipare al torneo. In India, sin dall’ultimo ventennio dell’ottocento (periodo in cui il calcio iniziò a diffondersi tra le genti di quei luoghi), i giocatori avevano da sempre preferito giocare scalzi, un pò per avere una maggiore sensibilità al contatto con il pallone, un po’ perchè non molti potevano permettersi l’acquisto di calzature. Un’altra teoria piuttosto interessante afferma invece che i giocatori indiani decisero di ritirarsi dopo aver visto i risultati del sorteggio della fase a gironi, che li avrebbe visti affrontare Italia, Paraguay e Svezia. Per paura di subire una sconfitta disonorevole contro gli italiani, campioni uscenti dopo i trionfi nel 1934 e 1938, la nazionale indiana affrontò il problema tornandosene a casa. Nella seconda metà del secolo scorso, il calcio indiano è caduto in una fase di profondo letargo, arrivando ai nostri giorni dove occupa nel ranking FIFA la posizione numero 171.
Il potenziale
C’è qualcosa che potrebbe svegliare l’elefante indiano dal lungo letargo: la platea di 1,2 miliardi di spettatori che l’India può offrire. L’ha da subito notato Rupert Murdoch che non si è lasciato sfuggire l’opportunità di finanziare un torneo calcistico assieme all’indiano signore del petrolio Mukesh Ambani, uno degli uomini più ricchi del pianeta. Insieme hanno portato alla luce l’Indian Super League, della durata di due mesi nei quali 8 club si fronteggiano per alzare il titolo. Proprio nella composizione dei team c’è la grande novità, la scintilla che dovrebbe far esplodere la passione degli indiani per il calcio. La natura di questa scintilla la scopriremo nel prossimo capitolo di questo viaggio nelle lande indiane.
Matteo Fortuzzi

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